8 agosto 2020

Nasrallah e il gioco di specchi che ha evitato la guerra

Nasrallah e il gioco di specchi che ha evitato la guerra. Nella foto, BeirutIeri il discorso del leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, che avrebbe potuto incendiare il Medio oriente. C’era, infatti, la possibilità concreta che accusasse Israele della devastazione di Beirut, da cui, inevitabile, la guerra. Non è andata così (il discorso è riportato sul al Manar), e il mondo può tirare un sospiro di sollievo (fino alla prossima crisi). Un discorso dimesso, il suo, preceduto e intrecciato da un gioco di specchi.

Nessuna accusa a Israele

L’ipotesi che l’incidente di martedì sia altro resta, né può essere esclusa a priori prima dei risultati dell’inchiesta avviata dalle autorità libanesi (il presidente Aoun ha rifiutato l’idea di un Tribunale speciale internazionale, lesivo per la sovranità del suo Paese).

Ciò a causa delle operazioni segrete che Israele, insieme agli Stati Uniti, sta conducendo in Iran, né rivendicate né smentite per non scatenare una guerra aperta, che comportano azioni di sabotaggio.

E perché proprio nei giorni in cui è avvenuta l’esplosione di Beirut si stava consumando un aspro braccio di ferro tra Israele ed Hezbollah. Nonché per le minacce di taluni esponenti del governo di Tel Aviv di colpire le infrastrutture del Paese dei cedri in caso di attacco della milizia sciita.

Così, al di là di quanto realmente successo, ancora da appurare, era possibile l’escalation, anche perché tanti media, analisti e politici avversi a Hezbollah stavano strumentalizzando, volenti o nolenti, in maniera brutale l’accaduto contro la milizia sciita.

Ciò auspicando che l’ecatombe di Beirut avesse come esito lo smantellamento dei suoi arsenali (adducendo come causa l’esplosione di un suo magazzino di armi) e spingendo per un regime-change che portasse al potere forze avverse al movimento sciita.

Una spinta che, in un momento tanto critico, ha gettato benzina sul fuoco, alimentando i sospetti di Hezbollah su eventuali responsabilità israeliane riguardo all’esplosione di Beirut.

Nel suo primo comunicato, Hezbollah aveva evitato di accusare Israele ed era quindi plausibile che Nasrallah seguisse quella linea minimalista, ma l’escalation politico-mediatica successiva avrebbe potuto cambiare tutto.

Il gioco di specchi

Per evitare altri danni, il gioco di specchi. Poco prima del discorso di Nasrallah, a ipotizzare una possibile “interferenza esterna” come causa dell’esplosione – missile, bomba o altro – è stato il presidente dello Stato libanese Michel Aoun, evitando così al leader di Hezbollah di esporsi in tal senso.

In tal modo Nasrallah ha potuto limitarsi a esprimere il suo cordoglio per le vittime innocenti, identificate come “martiri”, e a confermare l’impegno del suo movimento in favore degli sfollati.

In aggiunta, l’atto dovuto: il diniego che l’esplosione sia stata innescata da un magazzino di armi del suo gruppo. Diniego che dovrà provare l’inchiesta, ma che ha certa plausibilità: per provocare quei danni, dovrebbero essere esplosi dei missili.

E i missili, quando esplodono, non si disintegrano, restano infatti parti delle loro carcasse. Se si osservano le fotografie dall’alto non si vede nulla del genere… ma vedremo.

Il diniego di Nasrallah è stata la notizia poi riferita sui media internazionali, che hanno evitato di enfatizzare un altro cenno del suo discorso.

Fine partita

Nel negare la presenza di armi, Nasrallah ha aggiunto che Hezbollah conosce meglio il porto israeliano di Haifa che quello di Beirut.

Di interesse notare che già il giorno prima sui media israeliani era circolata la notizia che quanto avvenuto a Beirut suonava come un campanello d’allarme per il porto di Haifa.

Sembra esserci un rimando segreto tra le note dei media israeliani del giorno precedente e le parole di Nasrallah, come se Hezbollah avesse comunicato al suo antagonista la possibilità che un eventuale attacco al porto di Beirut avrebbe avuto un risposta ad Haifa.

Un messaggio teso a frenare la spinta a intensificare la pressione su Hezbollah: questa guerra non s’ha da fare, tutti hanno da perdere.

Messaggio, a quanto pare, ricevuto e in qualche modo, nel segreto, condiviso. Così, più che una minaccia, le parole di Nasrallah sono suonate come un fischio di fine partita, perché non riguarda quanto avvenuto a Beirut, ma un’eventuale minaccia futura.

Anche se l’inchiesta libanese dovesse individuare responsabilità israeliane, e non avverrà, Hezbollah eviterà la guerra, essendo soddisfacente tale impossibile verdetto, devastante per l’immagine dell’avversario.

Ma non accadrà. Tutto quel che è accaduto in questi giorni appare frutto di incidenti, omissioni, forzature, errori di valutazione. Le menti più lucide di ambo le parti hanno evitato, almeno finora, che tutto ciò innescasse catastrofi ben peggiori di quella avvenuta.

Il benvenuto a Macron

Ora c’è da porre fine alla conta dei morti, guarire i feriti, dar da mangiare agli affamati, dare riparo a chi ha perso tutto, ricostruire. Di interesse, da questo punto di vista, il benvenuto di Nasrallah a Emmanuel Macron, in visita in Libano.

Secondo altri, alleati di Hezbollah, l’attivismo del presidente francese sarebbe viziato da un retaggio coloniale, per alcuni avrebbe anzi come scopo l’eliminazione di Hezbollah dal Paese dei cedri.

Il rischio che la ricostruzione, della quale Macron spera di essere catalizzatore, possa avere tale scopo recondito c’è, ma sarebbe un errore dato che alimenterebbe conflittualità, e non solo in Libano.

Detto questo, al suo arrivo a Beirut Macron ha detto altro: “la priorità è l’assistenza, il sostegno alla popolazione senza condizioni“. Vedremo.

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