28 luglio 2020

Lo smartworking, prima osannato, inizia a interpellare, ma...

Lo smartworking, uno dei “regali” del coronavirus, ha suscitato dibattiti e controversie. Rimandiamo a un articolo sul tema, in particolare per due cenni.

Il primo riguarda i tempi del lavoro – di chi lavora, ovvio -, che questa formula ha ampiamente dilatato, spesso con reperibilità, di fatto, diuturna. Il secondo aspetto è quello del calo dei consumi presso i piccoli e medi esercizi commerciali, che sono crollati.

Sono aumentati, ovviamente, i risparmi – almeno nel breve periodo – e i consumi via internet, che però non sembrano poter compensare i danni degli esercizi commerciali di cui sopra: a lucrare sono i giganti del settore (leggi, in particolare, Amazon).

Ma sono crollati anche tanti lavori legati agli uffici, basti pensare alle pulizie, che comunque danno lavoro alle classi più povere, quelle che accettano tale tipologia di occupazione.

Né va dimenticato che la spersonalizzazione dei rapporti di lavoro ha diversi svantaggi, oltre a quello ovvio di conferire al padrone un maggior potere sui suoi dipendenti e/o operai.

Torneremo a scrivere del tema, intanto rimandiamo a Dagospia (cliccare qui).

 

P.s. Abbiamo faticato parecchio per trovare un’immagine adatta a questa nota. I principali motori di ricerca alla voce “SMART WORKING” propongo infatti una infinita sfilata di case bellissime, tazze di caffè fumanti, facce rilassate e sorridenti che guardano panorami da enormi finestre di improbabili salotti. E tutte le fotografie, o quasi, corredate dall’immancabile pc della mela. Per il web lo “smart working” è il paradiso dei lavoratori…

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