27 luglio 2020

Duterte: le Filippine non faranno guerra alla Cina

Rodrigo Duterte

Rodrigo Duterte ha affermato che le Filippine non hanno “altra scelta che trattare le controversie nel Mar Cinese Meridionale attraverso la diplomazia perché l’alternativa è di andare in guerra con la Cina” (Reuters).

Parole importanti quelle del presidente delle Filippine, perché la contesa tra il suo Paese e la Cina è forse la più importante tra le tante che agitano le acque del Mar Cinese Meridionale, sul 90% delle quali il Dragone reclama diritti di sfruttamento in esclusiva contrapponendosi ai Paesi che vi si affacciano e che avanzano analoghi diritti sulle aree che considerano di loro pertinenza.

Due i motivi che rendono la querelle Cina-Filippine più significativa delle altre: perché è l’unica che ha dato vita a un contenzioso giudiziario. Dopo lungo dissidio, Manila, infatti, ha fatto ricorso all’Onu che, attraverso la Corte permanente di arbitrato sulla Legge del Mare, ha sentenziato che Pechino non aveva alcun diritto sulle acque che, secondo la Legge del Mare, appartenevano al Paese ricorrente.

Una sentenza che la Cina non ha riconosciuto, ma che fornisce base legale alle rivendicazioni dei Paesi concorrenti (oltre alle Filippine, Taiwan, Vietnam, Malesia, Brunei e Indonesia).

Una contesa che la Cina aveva sperato di risolvere attraverso il dialogo iniziato con l’Asean, l’Associazione dei Paesi del Sud Est asiatico, che in effetti stava dando frutti, ma nella quale è entrata a piedi uniti Washington, che la sta usando per contrastare la Cina.

In altra nota abbiamo accennato a come Pompeo abbia offerto l’alleanza militare degli Stati Uniti a tali Paesi, con una mossa improvvida e incendiaria, che le parole di Duterte vanno di fatto a contrastare.

Anche perché, e qui risiede l’altro aspetto importante della sua dichiarazione, le Filippine hanno un trattato di alleanza militare con gli Usa, l’unico tra i Paesi che contendono alla Cina i diritti su quel mare ad aver stretto una simile intesa con Washington.

Insomma, Duterte sta facendo un favore al mondo, togliendo dal tavolo una possibile causa di conflitto tra Pechino e Washington. Parole coraggiose, perché sta depotenziando la spinta anti-cinese, attirandosi non poche ostilità da quegli ambiti Usa che avevano individuato nel trattato militare con le Filippine una leva per accrescere le pressioni contro l’antagonista globale.

Tanto che, in effetti, il suo intervento, nonostante il forte contenuto, è stato alquanto sottotono, quasi una excusatio non petita, per evitare accuse di tradimento degli interessi nazionali: in alternativa, ha detto il presidente delle Filippine, “dovremmo andare in guerra [contro la Cina, ndr.]. E non posso permettermelo. Forse qualche altro presidente può, ma io no […]. Sono inutile quando si tratta di questo. Davvero, sono inutile. Non posso far nulla” (così su The Inquirer, il giornale più letto delle Filippine).

Brutta notizia per Pompeo, che alcuni giorni fa ha lanciato un’alleanza internazionale contro la Cina guidata dagli Stati Uniti. Ma torneremo sul tema, perché è capitale. E torneremo a parlare del Segretario di Stato americano e di come questi e gli ambiti che lo sostengono stanno distruggendo Donald Trump, che pur dicono di sostenere…

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