23 luglio 2020

Le Big Tech e la selezione dell'informazione

Un guasto tecnico di Google ha chiuso per alcune ore agli utenti alcuni siti della destra repubblicana Usa. Per alcune ore sono stati oscurati Infowars, Breitbart, The Daily Caller, Newsbusters, The Bongino Report, Human Events, e l’aggregatore di notizie the Drudge Report.

L’incidente ha suscitato domande sull’esistenza di una lista nera all’interno del motore di ricerca, dato che un guasto tecnico non colpisce in maniera tanto mirata.

E segue quanto emerse nella temperie di un attacco hacker della scorsa settimana, quando degli hackers hanno violato l’account Twitter di eminenti personalità americane, in un’apparente frode: hanno chiesto ai follower di queste persone delle donazioni in bitcoin.

In questa temperie, appunto, gli hackers hanno abbandonato nel web l’immagine di uno strumento di controllo del sistema, ad uso dunque dei tecnici del gigante della comunicazione, nel quale, accanto ad alcuni tasti, spicca quello con la dicitura “blacklist”. Ovviamente non c’è certezza della sua autenticità, ma nessuno può controllare i segreti di Twitter per aver conferme o smentite….

Problema serio, al di là delle simpatie politiche riguardo i siti oscurati di ieri, perché mentre è ovvio che esistano strumenti per manipolare il traffico dati in favore di una parte e a scapito dell’altra, quanto emerso sembra indicare che i giganti delle Big Tech ne fanno uso.

Tali giganti non hanno alcuna regolamentazione, né sono soggetti a controllo. Di tanto in tanto sono chiamati a riferire sulle loro attività al Congresso degli Stati Uniti, dove, affascinanti, spiegano all’uditorio la loro neutralità e professionalità.

La bontà del loro operato, cioè, è affidata completamente alla loro parola e alla buona fede da loro dimostrata in questo ristretto ambito. E se non possono essere controllati negli Usa, figuriamoci altrove….

Di fatto hanno il monopolio dell’informazione del mondo, dato che i media non televisivi, senza le Big Tech, semplicemente non esisterebbero, perché nella rete trovano l’ossigeno necessario alla loro attività.

Una realtà con la quale deve fare i conti anche l’informazione televisiva, che peraltro ormai rappresenta una piccola parte dell’informazione globale (un video virale ha una potenza di fuoco incommensurabile rispetto a un servizio tv).

L’informazione globale è così consegnata a dei soggetti privati che agiscono nell’illegalità, nel senso tecnico del termine data l’assenza di norme.

Quanto sta emergendo in questi giorni interpella, dato che, come si può oscurare un’informazione sgradita, la si può tacitare in maniera meno evidente, con semplici accorgimenti selettivi: ad esempio, facendo in modo che l’esito di una ricerca avviata tramite parole chiave digitate sull’apposita stringa collochi sempre le notizie di un sito non grato nelle pagine più remote, quelle che non guarda nessuno.

Basta un algoritmo, uno dei tanti che regolano i segreti meccanismi delle Big Tech. Ma al di là dei soliti sospetti, che forse son peccato ma fanno indovinare, resta la mostruosità di un’informazione consegnata al monopolio, evidente conflitto con un sistema fondato sulla democrazia liberale.

Da qui la necessità di un’alternativa, fosse pure cinese in mancanza di uno scatto europeo, ché due poli sono sempre meglio di uno. A fronte di tale mostruosità, ci si interroga con surreale ricorrenza sulla nefasta influenza degli hackers russi in Occidente… a proposito di pagliuzze e travi.

 

Ps. Project veritas, sito conservatore Usa, ha pubblicato le dichiarazioni di un dipendente di Google, che ha spiegato il controllo umano sugli algoritmi che regolano il motore di ricerca. E umano con tutte le sue parzialità.

Una sorta di Snowden di Google… Vere o false che siano tali affermazioni non lo sapremo mai (anche se i documenti a corredo sono alquanto eloquenti). Nessuno controllerà. Le Big Tech sono, al momento, insindacabili, essendo parte essenziale della Sicurezza degli Stati Uniti e della loro proiezione globale. 

 

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