10 luglio 2020

De-escalation tra India-Cina, ma il gelo perdura

Si è ricomposta la frattura India-Cina che ha rischiato di tracimare in guerra. I giganti asiatici hanno concordato un ritiro delle forze armate schierate sulla frontiera contesa nella valle del Galwan, dove, alcuni giorni fa, uno scontro tra militari dei due Paesi aveva causato vittime.

La distensione è arrivata dopo la visita del presidente indiano Narendra Modi sulla frontiera: mossa che intendeva comunicare alla Cina e al mondo tutta la sua determinazione a tenere il punto contro Pechino.

Il ruolo della Russia nella distensione

E però, in parallelo, si svolgeva una lunga conversazione telefonica tra il Consigliere per la Sicurezza nazionale indiano Ajit Doval e il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, che tutti accreditano come decisiva per sbloccare lo stallo (vedi ad esempio National Interest).

Conversazione irrituale, dato che in diplomazia in genere i colloqui si svolgono tra omologhi, come era accaduto anche durante questa crisi, con colloqui tra i due ministri degli Esteri, risultati però inconcludenti.

È evidente che Modi ha preso personalmente in mano la situazione, facendo fuori il ministro degli Esteri e delegando il suo Consigliere per la sicurezza nazionale a definire i dettagli di un accordo già nell’aria.

Possibile che vi sia stata una intermediazione di Putin, dato che il presidente russo ha ottimi rapporti con i leader dei due Paesi e che ha avuto una conversazione telefonica con Modi poco prima che si sbloccasse la situazione (Dainik Jagran).

Impossibile trovare conferme a tale ipotesi, dato che nel report della conversazione non si parla affatto della crisi e che la Russia, per bocca del ministro degli Esteri Sergej Lavrov, aveva dichiarato la sua estraneità al confronto, affermando che i due Paesi erano in grado di dirimere la questione da soli (Indian Express).

Eppure appare significativo un cenno dell’Hindustan Times: “La Russia ha svolto un ruolo chiave dietro le quinte per ridurre le tensioni tra India e Cina a seguito della situazione di stallo” causata dagli incidenti di frontiera.

Com’è probabile che a contribuire alla de-escalation siano state le indagini sulla famiglia Ghandi di questi giorni: Raul Ghandi, leader del principale partito di opposizione, aveva usato la crisi per accusare Modi di essere troppo condiscendente verso la Cina. La scoperta di donazioni cinesi forse illecite a istituti a lui vicini lo ha zittito (Sputnik), liberando Modi dall’angolo nel quale era stato ristretto.

Una sconfitta per Modi, non del nazionalismo indiano

Modi è diventato presidente sull’onda di un nazionalismo che vuole fare grande l’India. In questa prospettiva, egli ha sganciato il suo Paese dalle direttrici seguite nel dopoguerra, che lo condannavano al ruolo di contraltare della Cina in nome e per conto dell’Occidente.

Da qui la ricerca di un rapporto meno conflittuale con la Cina, che peraltro immaginava potesse fungere da volano per lo sviluppo dell’economia indiana. Intuizione felice, che lo ha portato a realizzare diversi summit con il presidente cinese e altro.

L’incidente di frontiera ha spazzato via tale prospettiva. L’ondata nazionalista, alimentata anche dai suoi oppositori (in teoria tutt’altro che nazionalisti), lo ha paralizzato. È riuscito a ridurre le tensioni con la Cina, ma riprendere il filo del dialogo sarà davvero arduo.

Il gelo tra i due giganti asiatici durerà tempo, di certo mesi. Al presidente indiano resta però il rapporto con Mosca, che la crisi ha rafforzato.

Come forte resta la spinta nazionalista per fare dell’India una grande potenza, non solo regionale. Spinta che potrebbe giovarsi dell’erosione dell’influenza globale  cinese causata dalla nuova assertività Usa contro Pechino in tutto il mondo.

È quanto prospetta  Uday Bhaskar, presidente di un influente Think Tank indiano sul South China Morning Post, che però lascia aperta la porta a un rinnovato rapporto con la Cina.

Resta che tale nazionalismo, nonostante certe asperità, si muove nella prospettiva di un mondo multipolare, prospettiva condivisa da Mosca e soprattutto da Pechino. E invisa ai nostalgici del Gendarme globale americano. Ciò rende il disgelo tra i due giganti asiatici non impossibile.

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10 agosto

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