3 luglio 2020

La Cina, gli uiguri e la missione del cristiano-rinato

La controversia Cina-Stati Uniti (e Gran Bretagna) si infiamma dopo la ratifica della legge sulla Sicurezza nazionale a Hong Kong. Secondo Stati Uniti e Gran Bretagna, che hanno emanato sanzioni, chiude la parentesi libertaria dell’isola.

L’iniziativa di Pechino mira a chiudere spazi di manovra ai suoi antagonisti esterni, che in quest’ultimo anno hanno sostenuto in vario modo i moti di secessione dell’isola, che hanno disastrato l’hub finanziario della Cina.

La mossa della Cina era inevitabile: non poteva sostenere una nuova ondata di manifestazioni, non con la guerra alzo zero iniziata da Washington, decisa a ridimensionare drasticamente il suo competitor globale, cui si è aggiunto il nuovo fronte indiano, aperto da uno scontro su un tratto di frontiera contesa tra Pechino e New Delhi.

Non è andata come speravano gli antagonisti della Cina: Hong Kong non ha visto una nuova Tienanmen, che avrebbe devastato l’immagine internazionale del Dragone per sempre, ma comunque l’introduzione di una legge sulla Sicurezza nazionale può essere egualmente usata per alimentare la narrativa sul regime repressivo cinese.

La fine della guerra dell’oppio

“Hong Kong è tornata a essere una colonia”, titola The Atlantic. In realtà è tornata alla madrepatria cinese, dalla quale fu strappata grazie alla vittoria della guerra dell’Oppio, mossa da Londra per liberalizzare il narcotraffico nel Celeste impero, che Pechino voleva impedire (peccato che nessun critico della Cina ricordi mai tale particolare, non secondario).

Detto questo, si resta interdetti dallo scandalo sollevato da una legge volta a tutelare la Sicurezza nazionale, che esiste in tutte le nazioni del mondo. Certo, ha un intento politico, e quindi può destare sospetti, ma resta che se Washington e Londra avessero evitato di sostenere, con mezzi e soldi, le proteste di stampo secessionista, non si sarebbe arrivati a ciò. Tant’è.

Alle sanzioni Usa si è unita la Gran Bretagna, che non si rassegna a perdere la sua colonia, che ha lanciato un’iniziativa irrituale: ha offerto la propria cittadinanza alla popolazione di Hong Kong, conferendole così diritti negati in epoca coloniale (finita nel 1997!), durante la quale non avevano voce in capitolo sulla gestione della loro terra, affidata a un Governatore nominato da Londra.

Per la Cina è una sfida, dato che ciò sarebbe causa di conflittualità. Piccolo esempio: un movimento secessionista di nazionalità britannica avrebbe difese, legali e non, molto forti che potrebbero metterlo al riparo dalla legge sulla Sicurezza nazionale…

Insomma, la contesa su Hong Kong continua, ma per ora su un livello diplomatico, mentre le speranze riposte nella rivoluzione colorata sono svaporate.

Per questo gli antagonisti della Cina hanno riacceso un fronte che negli ultimi tempi era andato in secondo piano: lo Xinjiang, una regione molto estesa della Cina occidentale, abitata per lo più da islamici, che Washington sostiene siano vessati in varie maniere.

Le scoperte del cristiano rinato

Ad accendere di nuovo le polveri un dossier di Adrian Zenz, nel quale sarebbero documentate varie nefandezze del regime, accusato più o meno di genocidio.

Pechino ha respinto le accuse, accusando di nefandezze il relatore, che non è certo un osservatore oggettivo, essendo membro dell’Heritage Foundation, un Think Tank conservatore molto influente sulla politica estera Usa.

Peraltro, Zenz è uno specialista di irredentismo anti-cinese, come mette in evidenza un suo studio del 2018 per l’Heritage Foundation, dal titolo: “Gli Stati Uniti dovrebbero continuare a promuovere la libertà per i tibetani“, stavolta sui diritti negati ai tibetani che vivono nel Celeste impero.

Teologo evangelico tedesco nonché antropologo, Zenz collabora con varie Università in Germania e negli Usa e si dichiara cristiano-rinato (genia cristianista diventata famosa grazie all’adesione di George W. Bush, The Guardian). Guidato da Dio”, come spiega lui stesso, la sua missione è combattere il comunismo, da cui l’adesione alla Victims of Communism Memorial Foundation.

Secondo il Wall Street Journal, l’uomo, “stando alla sua scrivania” e “cercando ostinatamente i dati negli angoli oscuri dell’internet cinese”, ha scoperto quel che era sfuggito a tutti… chissà quali angoli ha visto. Di angolature, su internet ce ne sono tante, reali e virtuali.

L’estremismo nello Xinjiang

Per inciso, in Germania, a Monaco, è basato anche il Word Uighur Congress, che identifica lo Xinjiang come Turkestan orientale e chiede la fine dell’occupazione cinese della terra uigura. L’organismo, recita Wikipedia, è stato fondato anche grazie al National Endowment for Democracy, ong legata al Dipartimento di Stato Usa che ha sostenuto le manifestazioni di Hong Kong.

C’è del bizzarro in tutto ciò. Non che lo Xinjiang sia un paradiso di libertà: la Cina è guidata da un governo comunista e soprattutto teme l’irredentismo della regione, una regione che non può permettersi di perdere, dato è parte considerevole del suo territorio nazionale (da qui l’interesse dei suoi antagonisti che, se riuscissero nella loro mission indipendentista, disintegrerebbero la Cina).

Pechino esercita un controllo stretto sull’area, soprattutto per via dell’irredentismo, che ha messo a segno anche colpi a sorpresa, come il bombardamento di una stazione ferroviaria dopo una visita di Xi Jinping nella regione.

Non solo, lo Xinjiang ha dato migliaia di militanti all’Isis (Reuters), che in un video ha anche dichiarato guerra a Pechino (Foreign Policy). Insomma, per Pechino l’attenzione nell’area è d’obbligo. Per il resto è guerra aperta, anche di opposte narrative.

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