2 luglio 2020

Israele: slitta l'annessione della Cisgiordania

L’annessione di una parte della Cisgiordania, che doveva avvenire il 1° luglio, è slittata. Ciò che sembrava destino manifesto non è più. Netanyahu ha perso, come non gli accadeva da decenni. Una sconfitta non di poco conto, dal momento che scalfisce la sua immagine di invincibilità sulla quale ha costruito la sua lunga carriera politica.

Ma cosa è successo di tanto importante da evitare l’inevitabile? Secondo quanto scrive Anshel Pfeffer su Haaretz, i tanti che si ascrivono il merito dell’impresa non hanno credibilità.

Appelli a non procedere sono arrivati da vari ambiti della comunità ebraica della diaspora, da partiti della coalizione di governo – cioè Benny Gantz – e da politici di tutto il mondo, che hanno messo in guardia sulle conseguenze devastanti dell’iniziativa che, anche se ridotta nelle dimensioni – alla fine si parlava di un passo simbolico riguardante due o tre colonie -, avrebbe segnato per sempre il destino di Israele.

Eppure, secondo Pfeffer, tutto ciò non avrebbe avuto peso. La svolta sarebbe frutto di un ripensamento di Netanyahu.

L’annessione come specchietto per le allodole

Netanyahu, scrive Pfeffer, si era innamorato dell’idea dell’annessione, arrivando a immaginare che ampliare “i confini di Israele in modo da includere almeno parte della patria biblica, sarebbe diventata la sua eredità storica”.

Ma è durato poco e “l’entusiasmo di Netanyahu per l’annessione sta ormai diminuendo”, anche se non abbandonerà mai pubblicamente la prospettiva, dato che ciò lederebbe la sua immagine.

Secondo Pfeffer, quando Netanyahu ha cominciato a comprendere le difficoltà, avrebbe tenuto il punto ma senza crederci, usando l’annessione come uno specchietto per le allodole per stornare l’attenzione interna e internazionale dalla disastrosa gestione del coronavirus e dalle sue conseguenze nefaste per l’economia israeliana.

Inoltre, secondo Pfeffer, Netanyahu, portando il mondo a focalizzarsi sull’annessione, ha di fatto annullato il dibattito internazionale sul regime di “occupazione” delle terre palestinesi, che in tal modo sarebbe accettato come un male minore da preservare per evitare il peggio.

Netanyahu e l’Iran

Convince meno, ma nonostante ciò è di interesse, il passaggio successivo dell’articolo, nel quale Pfeffer spiega che ad avere avuto un peso decisivo sulla scelta di Netanyahu sono state le vicende americane.

La prospettiva di una sconfitta di Trump, infatti, avrebbe messo il premier israeliano in ambasce, perché il suo rivale, Joe Biden, dato per vincente, si è più volte dichiarato contrario all’annessione.

Non solo, Biden potrebbe riprendere il filo del dialogo con l’Iran per ripristinare un accordo sul nucleare, dato che l’intesa fu sottoscritta dall’amministrazione Usa di cui egli era vice-presidente.

L’annessione, tagliando i rapporti con l’eventuale nuova amministrazione Usa guidata da Biden, avrebbe così impedito a Netanyahu di interloquire con essa, lasciando campo libero a un nuovo negoziato Washington-Teheran.

Cenno di interesse, dato che è vero che Netanyahu è ossessionato dal confronto con l’Iran, che resta il punto focale della sua agenda.

E appare simbolico in tal senso che, nel giorno in cui la prospettiva dell’annessione si allontana, siano divampati degli incendi nei pressi della centrale atomica iraniana di Natanz (il reattore, per fortuna, è rimasto intatto, evitando il dilagare delle radiazioni).

Tutto vero, se non che anche l’attuale amministrazione Usa ha frenato non poco sull’annessione, anche se in maniera tacita, per evitare pubbliche rotture con lo Stato israeliano che avrebbero avuto conseguenze nefaste nei rapporti tra Trump e il suo elettorato di destra, in particolare gli evangelical.

Non solo, Netanyahu sapeva benissimo fin dal principio che le prospettive di una rielezione di Trump erano ridotte e che l’eventuale successore democratico sarebbe stato più oppositivo alla sua iniziativa, tanto che ha affrettato i tempi dell’annessione a prima delle elezioni Usa.

Così lo scenario descritto da Pfeffer, pur se ha cenni condivisibili riguardo all’Iran, convince fino a un certo punto.

L’azione frenante della comunità ebraica

In realtà, sembra più convincente altro: a frenare Netanyahu è stata la comunità ebraica internazionale, che ben comprende le conseguenze nefaste dell’annessione per l’immagine di Israele.

Pubblicamente le più importanti istituzioni ebraiche americane ed europee hanno mantenuto un silenzio assordante sul punto, anche qui, come per l’amministrazione Usa, per evitare rotture pubbliche lesive per l’immagine di Israele e foriere di dialettiche aspre in seno alla comunità ebraica. Ma sottotraccia hanno esercitato pressioni enormi per impedire l’iniziativa.

Pressioni che il premier israeliano può far finta di snobbare, ma che non può affatto ignorare.

Detto questo, restano due punti. Il primo è che, seppur evitata, l’ipotesi di un’annessione limitata resta in campo, e potrebbe risultare come esito di un compromesso tra il premier, che comunque deve dare un qualche compimento alle sue promesse elettorali, e gli ambiti avversi all’iniziativa.

Secondo, resta fermo che impedire il peggio, cioè l’annessione, non può comunque far apparire come normale l’attuale status quo, che vede “l’occupazione” (per stare all’espressione di Pfeffer) israeliana di alcune terre palestinesi e gravami enormi per la residua Palestina.

Ps. Il Vaticano ha convocato gli ambasciatori di Israele e Usa per protestare contro i piani di annessione. Un passo atteso da tempo, dato che da Paolo Vi in poi la Santa Sede è sempre stata vicina al derelitto popolo palestinese e a quegli ambiti ebraici che hanno sostenuto la necessità della nascita di un loro Stato accanto a quello di Israele.

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