1 luglio 2020

Carl Schmitt e il nazismo, un giallo risolto a sorpresa

A sinistra Josef Redlich a destra Carl Schmitt

In un articolo di Haaretz un’importante rivelazione su un aspetto oscuro della storia, un mistero rimasto tale per quasi un secolo: a ispirare Carl Schmitt, uno dei più importanti teorici del nazismo – del quale costruì alcuni dei fondamenti legali e culturali – fu Josef Redlich, un professore di origini ebraiche che allora insegnava presso la Harvard University.

A rivelare l’impossibile rapporto tra Schmitt e Redlich, il professor Or Bassok, docente di diritto costituzionale all’Università di Nottingham, il quale ha svelato un mistero sul quale si erano arrovellati in molti, dato che Schmitt aveva più volte affermato che le sue idee si erano catalizzate nel corso di intensi colloqui con un suo misterioso interlocutore americano.

La soluzione del rebus era sotto gli occhi di tutti, spiega Haaretz. Bassok, infatti, ha studiato le annotazioni di Schmitt, rilevando alcuni incontri tra i due professori, oltre ad alcune lettere nelle quali i due effondevano il loro pensiero.

Bassok si è accorto della coincidenza di alcuni passi di uno dei più importanti scritti di Schmitt, “The Legal Theory of National Socialism”, con alcuni brani delle annotazioni di cui sopra. Coincidenze che non lasciano dubbi.

Redlich avrebbe fornito a Schmitt la chiave per comprendere le potenzialità delle ideologie avverse al liberalismo, in particolare il comunismo, che fornivano, a quanti vi credevano, idee per le quali vivere e morire.

Al contrario, il liberalismo era debole, fatiscente, essendo privo di idee e consegnato al nichilismo. Da qui la necessità di superare il nichilismo individuando dei “valori” per i quali valga la pena anche morire. E fu il popolo tedesco e i suoi valori. E fu il nazismo.

Inoltre, sempre alle interlocuzioni con Redlich si deve il suo rifiuto di un sistema giuridico fondato sull’astratto, cioè su leggi universali, in favore di una Legge che si fondasse sul concreto e sulla realtà.

L’esempio che porta è il furto di una bandiera da parte di alcuni ragazzi della gioventù hitleriana a un altro gruppo di giovani, che è in astratto è appunto un furto, in concreto, essendo quei giovani virgulti della razza eletta, non lo è affatto.

Così Haaretz: “Bassok ha commentato che ‘Schmitt ha collegato questa analisi alla differenza che ha percepito tra il popolo tedesco, che è tornato alle sue radici concrete nella sua terra natale, e il popolo ebraico, che mancava di una terra e radici, e la cui intera esistenza era radicata in norme astratte'”.

Secondo la ricostruzione di Haaretz, nonostante abbia “guidato” Schmitt al nazionalsocialismo, Redlich non era affatto nazista né nazionalista. In effetti, prima di sbarcare ad Harvard, ebbe a fare una breve carriera politica nell’Impero austro-ungarico, dove era considerato un moderato (1).

Allo stesso tempo, quanto ricostruito, spiega Haaretz, fa luce sul perché Schmitt non rivelò mai il nome del suo ispiratore, dato che sarebbe stato quantomai imbarazzante rivelare ai suo amici nazisti che si trattava di un uomo di origini ebraiche.

Già identificato dai nazisti come opportunista, dato che aveva aderito al partito solo dopo che esso aveva preso il potere, Schmitt fece una fulgida carriera, costruendo la giustificazione ideologica alla base dell’espansionismo nazista. Ma l’accusa di cui sopra gli impedì di rimanere a lungo nel nucleo interno del potere nazista.

E però, un ruolo non piccolo lo ebbe nella creazione del mostro che avrebbe divorato l’Europa e sconvolto il mondo. Nonostante questo, scampò, come tanti degli artefici del nazismo, al tribunale di Norimberga, morendo di vecchiaia nel 1985, a 96 anni.

(1) Peraltro, la distanza di Redlich dal nazismo è testimoniata anche dai suoi rapporti con Theodor Herzl, il padre fondatore del sionismo.

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