23 giugno 2020

La Cina: alta tensione su due fronti

Venti di guerra ai confini della Cina, che non promettono nulla di buono per la stabilità del continente asiatico. La Terra di mezzo si trova a dover difendere i propri interessi su due fronti a causa delle tensioni con l’India e il Giappone.

L’incidente alla frontiera India-Cina della settimana scorsa, venti i morti, continua a tenere alta la tensione tra i due Paesi, nonostante passi distensivi. Oggi la riunione via internet tra il ministro degli Esteri indiano Subrahmanyam  Jaishankar e il suo omologo cinese Wang Yi. Iniziativa importante dato che i due non si incontravano dal febbraio del 2017.

Al vertice ha partecipato anche il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, che in qualche modo ha fatto da mediatore, anche se ha rifiutato tale ruolo spiegando che i due Paesi hanno la capacità di gestire le loro criticità (Dainik Baskhar). La riunione ha rilanciato il rapporto fra i tre, dopo il rinvio del trilaterale tra i presidenti di Russia, India e Cina previsto per la stessa data.

Distensione fragile

Il summit tra i diplomatici si è svolto in parallelo con gli incontri tra alti ufficiali dell’esercito di ambo le parti. Un combinato disposto che ha avuto l’esito di raffreddare gli animi (Timesofindia): i duellanti hanno concordato di arretrare le forze militari dal confine conteso (Dainik Jagran).

Intesa fragile, dato che l’India ha armato le sue truppe di confine dando loro “completa libertà d’azione”, ritirandosi unilateralmente dall’accordo stipulato in precedenza con la Cina, che prevedeva un confine smilitarizzato (tanto che i morti della scaramuccia erano stati causati da uno scontro a mani nude).

Secondo il Global Times si tratta di una ferita alla pace della regione, dato che un’eventuale scontro futuro, purtroppo possibile, “evolverà in un conflitto militare” tra i due Paesi.

Secondo il GT, e non a torto, con tale decisione, il presidente indiano Narendra Modi ha inteso assecondare l’ondata nazionalista suscitata dall’incidente, ma non fa altro che gettare ulteriore benzina sul fuoco.

Il GT ricorda alla controparte il divario di forze tra i due Paesi: l’India avrebbe tutto da perdere in un eventuale conflitto.

In realtà, in tale eventualità, l’India avrebbe il sostegno di tutte le forze occidentali che spingono per incenerire la Cina e che vedono quanto sta accadendo tra i due Paesi come una manna dal cielo.

Il conflitto “atomico” India-Cina

Proprio per quest’ultimo fattore, il rischio che un eventuale conflitto tra i due Paesi si evolva nel primo scontro nucleare dal dopoguerra è alto. A tali forze nulla importa dell’India, che in questo caso verrebbe usata come semplice vettore di un redde rationem con Pechino.

Da qui la possibilità che spingano New Delhi a usare l’arsenale atomico: due o tre bombe nucleari sulla Cina eliminerebbero per sempre il problema di Pechino come antagonista globale dell’Occidente, vaporizzando d’un colpo tutti i sogni della Terra di Mezzo, sia come potenza individuale sia come volano di un eventuale Secolo asiatico.

Nulla importando, peraltro, a tali forze delle conseguenze per l’India, che a sua volta verrebbe incenerita dalla risposta cinese.

Anzi sarebbe un problema in meno, dato che il nazionalismo indiano di cui Modi si è fatto interprete sta infastidendo non poco tali ambiti, perché l’India non è più totalmente prona a Washington (New Delhi ha acquistato gli S-400 russi nonostante il pressing avverso Usa e non ha aderito pedissequamente alle sanzioni contro l’Iran…).

L’atomica su Pyongyang

Scenario impossibile? Forse. Ma basta guardare quel che succede in Corea del Nord, dove tali ambiti vogliono a tutti i costi scatenare una guerra. Sul punto rimandiamo al bellissimo l’articolo del National Interest sull’ossessione di John Bolton per bombardare Pyongyang.

Un conflitto apparentemente del tutto inutile per gli interessi Usa, data l’insignificanza della Corea del Nord nell’agone globale (nonostante certa propaganda dica altro).

In realtà tale disegno ha un fine altro che non incenerire la Corea del Nord, e neanche tanto occulto: scatenare un conflitto atomico ai confini della Cina, perché una guerra contro Pyongyang avrebbe tale inevitabile esito dopo l’inevitabile risposta di questa alle bombe americane (Seul sarebbe devastata dalla reazione nordcoreana).

Per gli Usa sarebbe inevitabile sganciare delle atomiche su Pyongyang. E sarebbe come sganciarle sulla Cina (le radiazioni dilagherebbero, devastando per sempre il sogno cinese).

Una follia, certo, ma tale dottrina ha adepti molto potenti, basta pensare al peso di John Bolton nella politica estera Usa, sia tra i repubblicani sia tra i democratici.

Guai da Oriente per il Dragone

Al di là di scenari estremi, ma non per questo impossibili, la tensione India-Cina trova sì alimento nel nazionalismo indiano, ma va sottolineato che negli ultimi tempi viene cavalcato anche dalle forze di opposizione, più vicine agli interessi dell’Occidente, che anzi, e non a caso, superano i nazionalisti nella polemica anti-cinese.

Infine, va segnalato che per la Cina arrivano guai anche dall’Oriente: il Giappone ha deciso di identificare in via ufficiale le isole che i cinesi chiamano Diaoyu come Senkaku.

È una controversia annosa e non solo nominale: sia Pechino che Tokyo ne rivendicano la sovranità. Sul China Daily la dura posizione del Dragone sull’iniziativa nipponica, che getta altra benzina sul fuoco. Per la Cina è un assedio che ne rafforza il nazionalismo interno.

 

 

 

 

 

 

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