18 giugno 2020

Usa: le convergenze tra i rivoluzionari di destra e di sinistra

John Bolton con il famoso appunto sui 5000 soldati da destinare in Colombia per invadere il Venezuela

Escono gli estratti del nuovo libro di John Bolton, l’ex Consigliere alla Casa Bianca che Trump dovette imbarcare nell’amministrazione per alleggerire la pressione sul Russiagate, che il suo ambito di riferimento, i neocon, aveva imbastito, facendolo poi cavalcare al partito democratico (decisivo, sul punto, il ruolo dell’altro alfiere dei neoconservatori, John Mc Cain, vedi Piccolenote).

Ribaltare le evidenze sul Venezuela

Le anticipazioni del volume, teso a distruggere l’immagine di Trump, sono su tutti i media Usa, riferite come fossero vangelo, nonostante sia nota la sua propensione per le bugie.

Interessanti, però, i punti cardine dell’attacco a Trump. Secondo Bolton, Trump avrebbe detto che “sarebbe bello” invadere il Venezuela, ma poi avrebbe frenato per fare un favore a Putin. Al presidente cinese Xi Jinping invece avrebbe chiesto un aiuto per la rielezione.

La prima “rivelazione” è tesa a far infuriare l’elettorato di sinistra, la seconda quello di destra, ormai decisamente anti-cinese (ma anche i democratici non scherzano: per George Soros, non solo un lauto finanziatore del partito, “Xi Jinping è il peggior nemico delle società aperte“).

Il report di Bolton sul Venezuela è smentito da quanto riportarono al tempo più o meno tutti i media americani, che in base a indiscrezioni provenienti da fonti ben informate riferirono che la l’invasione era voluta da Bolton e che Trump aveva frenato.

E mira a polverizzare il dato oggettivo che Trump non ha voluto iniziare nuove guerre, punto che i suoi oppositori ancora temono, dato che gli attira ancora fiducia in diversi ambiti americani.

Allo stesso tempo rilancia in altro modo il vacuo Russiagate, cioè che il presidente Usa sia prono a Vladimir Putin. Questa ripetizione dell’uguale non è solo un esercizio di scarsa fantasia, è un metodo ben sperimentato: il martellamento di narrazioni fuorvianti è un must dei neocon, corollario indispensabile per  sostenere i loro regime-change in giro per il mondo, tentati o riusciti che siano (Iraq, Libia, Siria, Iran etc).

Il Russiagate in salsa cinese

Di interesse anche il cenno di Bolton sulla richiesta di un aiutino cinese alla rielezione, che ha una ragione d’essere diversa e prende spunto da un dato vero, il fatto che Trump mirava a chiudere un accordo commerciale con la Cina perché gli avrebbe guadagnato consensi in vista delle presidenziali.

Ma il sostegno adombrato da Bolton è di tipo diverso, più pervasivo e personale. Di fatto è un Russiagate in salsa cinese (ancora la scarsa fantasia), dove non è più la Russia a influenzare le presidenziali Usa, ma la Cina, diventato adesso il nemico numero uno degli Usa.

Tale “rivelazione” non serve solo a infangare Trump, ma anche ad alienargli le simpatie di quanti hanno investito su di lui in funzione anti-cinese, ambito che costituisce parte dello zoccolo duro del suo elettorato, in particolare nel settore produttivo e nella Difesa.

Alquanto ironico il fatto che Bolton sia esaltato come un eroe della “resistenza” nonostante il ruolo nefasto assunto nella Difesa Usa, della quale è stato a lungo un’anima nera (“Al confronto Dick Cheney sembra Madre Teresa“, così Trita Parsi, fondatrice del Consiglio Nazionale Iraniano Americano, che pure ben conosce l’infausto ruolo di Cheney nel post 11 settembre).

Insomma, il guerrafondaio Bolton, a nome dei neocon, si è schierato decisamente a fianco della rivoluzione anti-razzista dilagante, che di fatto – e al di là delle  intenzioni di tanti dei suoi aderenti – sta agendo come quinta colonna del partito democratico per scalzare Trump dalla Casa Bianca.

Resta da capire come sia possibile l’impossibile connubio tra un movimento rivoluzionario di sinistra e i neoconservatori, movimento di destra e fautore delle guerre infinite.

Le convergenze tra rivoluzionari di destra e di sinistra

Sul punto, riportiamo quanto scriveva il filosofo Tzvetan Todorov, esule in Francia dal comunismo reale, sulla Repubblica il 29 febbraio del 2008, riguardo i movimenti rivoluzionari, ultimo dei quali il ’68.

Tali movimenti, scriveva Todorov, “promettono la salvezza. Sostituti profani delle religioni, considerano che il mondo, questo misero mondo, è malvagio nella sua totalità e occorre pertanto abbatterlo per rimpiazzarlo con un altro, nel quale tutto procederebbe a meraviglia”.

“[…] A qualche anno di distanza [dal ’68, ndr.] il progetto di trasformazione radicale e violenta della società è resuscitato sotto un’altra forma, nell’ambito di una dottrina denominata a torto “neo-conservatorismo”, quando si tratta piuttosto di ‘neo-rivoluzione’”.

“Soltanto che, questa volta, non era più al proprio Paese che si voleva garantire la salvezza, ma a un Paese straniero. Si definisce talora tale dottrina ‘diritto di ingerenza’: si decide, dunque, che al fine di portare la salvezza agli altri, in questo caso la democrazia e l’economia di mercato, è lecito, anzi lodevole, invaderli militarmente e imporre loro un nuovo regime”.

Va considerato che Todorov non poteva prevedere la nuova Tecnica militare, che può produrre regime-change senza ricorrere necessariamente a un’invasione vera e propria. Né poteva prevedere che una sorta di nuovo ’68 – seppur in formato ridotto – attecchisse nuovamente in America dilagando altrove. Uno sviluppo che rende anche temporalmente convergenti i rivoluzionari di destra e quelli di sinistra.

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