18 giugno 2020

Cina e India: lo scontro che può cambiare tutto

Diversi soldati indiani uccisi (venti, forse più) in uno scontro che pure non ha visto l’uso di armi da fuoco (Ria Novosti), ignoto invece il numero delle vittime cinesi.

Lo scontro riguarda un confine controverso che ha già visto conflitti limitati tra i due giganti asiatici, ultimo dei quali si è registrato nel 1967 (sul New York Times una dettagliata ricostruzione storica). Lo scontro ha prodotto alta tensione tra i due Paesi.

La Cina frena, anche se appare significativo un tweet di Hu Xijin, caporedattore del Global Times: “Voglio dire alla controparte indiana di non essere arrogante e interpretare male la moderazione della Cina come debolezza. La Cina non vuole avere uno scontro con l’India, ma non temiamo”.

Il cronista ha poi dato un’interessante spiegazione del perché la Cina non ha fornito il numero delle vittime: “La Cina non vuole che la gente dei due paesi confronti il numero delle vittime in modo da non alimentare risentimenti. Ciò dimostra la buona volontà di Pechino”.

La durissima reazione dell’India

Gli indiani non l’hanno presa bene, anche perché il partito del presidente Narendra Modi ha un forte carattere nazionalista che mischia sentimenti anti-colonialisti a pulsioni anti-Pechino, vista come una potenza che mina le possibilità di crescita della sfera di influenza indiana in ambito asiatico.

Questa la forte presa di posizione di Modi: “Il sacrificio dei nostri soldati non sarà vano. L’integrità e la sovranità dell’India sono supreme per noi e nulla può impedirci di proteggerla. L’India vuole la pace, ma è in grado di dare risposte adeguate alle provocazioni” (Dainik Jagran).

Ancora più duro il ministro degli Esteri Subrahmanyam Jaishankar, che ha accusato Pechino di aver “attaccato inaspettatamente”, con un’iniziativa “che avrà un profondo impatto sulle relazioni bilaterali” (Dainik Jagran).

Forti anche i toni degli articoli dei media indiani dedicati al tema: mentre il Dainik Bhaskar informa sul rafforzamento della presenza militare indiana sul confine conteso, nell’opinione pubblica si sta rafforzando la richiesta di boicottare i prodotti cinesi (non nuova ma che adesso trova nuovo alimento). Inoltre, nel Paese hanno avuto luogo alcune manifestazioni anti-cinesi (The Guardian).

Il nazionalismo indiano è solo parte del problema

Una tegola per Modi, che ha intrapreso un processo distensivo con Pechino e lo ha portato avanti nonostante le tante ostilità interne e ed esterne. E proprio mentre si stava raggiungendo un accordo sul confine controverso…

A gettare benzina sul fuoco non sono solo i nazionalisti. Il leader del Congresso nazionale indiano Raul Ghandi, leader dell’opposizione, ha infatti accusato Modi di nascondere verità inconfessabili e ha chiosato: “Come osa la Cina uccidere i nostri soldati e entrare nei nostri confini?“.

Tanta la reazione che Modi ha dovuto omettere di porgere i consueti auguri per il compleanno al presidente cinese, come fatto dal 2016, nonostante le tante controversie (The Telegraph). Cenno secondario, ma di grande significato simbolico.

La nuova rigidità indiana e quella cinese

In realtà, non si sa bene chi ha attaccato chi. Pechino ha affermato che ad attaccare sono stati gli indiani. Allo stesso tempo sta cercando di non alzare i toni per tentare di chiudere la vicenda.

È una nuova tegola per Xi Jinping che era andato al potere per portare il soft power cinese al mondo attraverso la Via della Seta e che vede invece crescere rigidità esterne – la nuova assertività Usa in America e in Europa -, che stanno alimentando rigidità interne, un nuovo nazionalismo cinese che egli deve comunque assecondare (vedi Legge sulla Sicurezza nazionale a Hong Kong e altro, come da nota 1).

Così l’incidente di frontiera con l’India, irrigidendo anche New Delhi, sembra parte di uno scenario che mira a creare difficoltà a Xi Jinping anche nell’Asia continentale, ambito che considerava di più semplice prospettiva.

La Russia, che ha buoni rapporti con i due giganti asiatici, è preoccupata, dato che turba il progetto di Putin di porsi come playmaker della nuova Asia (Piccolenote).

Ma al momento non può far molto per mediare, limitandosi a salutare con favore gli sforzi per una de-escalation tra i due Paesi, che pure vanno avanti nonostante tutto. Intanto, la conferenza trilaterale del 23 giugno – che doveva coinvolgere i leader di Russia, Cina e India – è stato posticipata. Altro segnale di una crisi seria.

 

(1)  Probabile, peraltro, che la svolta di Pyongyang, che ha fatto saltare in aria l’edificio simbolo del dialogo tra la Corea del Nord e quella del Sud, non sia estranea al nuovo irrigidimento di Pechino.

La demolizione cioè prospetta un analogo collasso delle possibilità di un’intesa con Trump, da questi perseguita da tempo. Il segnale indica che senza Pechino non c’è alcuna possibilità di un accordo con Pyongyang (come d’altronde ovvio).

Di oggi, però, l’incontro alle Hawaii tra i rappresentanti degli Esteri di Washington e Pechino, dopo tanta astiosa distanza. Colloqui sporcati dalle “rivelazioni” puntuali e mirate dell’ex Consigliere alla Sicurezza Usa John Bolton, che ha denunciato asserite indebite richieste di aiuto di Trump a Xi (vedi Piccolenote).

 

 

 

 

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