16 giugno 2020

Cisgiordania: Netanyahu verso un'annessione limitata

L’annessione della Valle del Giordano da parte di Israele è ancora oggetto di controversia nonostante la scadenza sia prossima. Se Netanyahu continua a ribadire che essa avrà luogo il 1º luglio, è vero anche che sul punto non c’è ancora un accordo, né all’interno del governo né, tantomeno, con la comunità internazionale, che, unanime, ha negato legittimità alla prospettiva.

In altra nota abbiamo accennato come, nonostante il rifiuto globale, l’annessione attirerebbe soltanto condanne verbali.

E però, se è vero che le carte sono nelle mani di Netanyahu, che sembra così libero di agire come più gli aggrada, Noa Landau, su Haaretz, spiega come vi siano una serie di difficoltà non solo politiche, ma anche logistiche, che rendono ardua l’azione.

Le difficoltà logistiche riguardano le operazioni sul terreno: l’annessione deve necessariamente avvenire con un simbolico ri-dispiegamento dell’esercito, che materialmente deve prendere possesso dei territori palestinesi (dove peraltro hanno già libertà di azione).

Tale dispiegamento simbolico è necessario: l’esercito deve prendere materialmente possesso dei nuovi confini, con tanto di sostegno mediatico che renda pubblica al mondo la nuova realtà geopolitica.

Ad oggi, scrive la Landau, sembra non sia stato stilato nessun piano in proposito, ma è pur vero che potrebbero esserci piani ultra-segreti ignoti alle fonti della cronista israeliana (anche se è improbabile, dato che sembra avere fonti di alto livello).

Disaccordi nel governo

Ma il vero problema, per Netanyahu, resta Khaol Lavan di Benny Gantz, il partner-rivale con il quale è stato costretto a comporre il governo (con costrizione reciproca, dato che Gantz ha accolto l’idea sotto la spinta devastante dell’emergenza coronavirus).

A quanto scrive la Landau, gli Stati Uniti hanno più volte fatto pressioni su Netanyahu perché evitasse un’azione unilaterale, devastante sotto il profilo dell’immagine.

E allo stesso tempo, perché l’annessione avvenisse in accordo con Khaol Lavan, che, sebbene la sostenga, chiede però sia concordata con la comunità internazionale e con i palestinesi.

Da qui, secondo la Landau, una trattativa serrata all’interno del governo tra i due partiti, che però finora non sembra aver dato frutti.

Un disaccordo di fondo che dovrebbe pesare sull’azione: senza un’intesa Netanyahu non potrebbe procedere a un’annessione ad ampio raggio, che preveda cioè la totalità della Valle del Giordano e alcune altre colonie.

Ma “mentre Kahol Lavan spera di trovare un compromesso che miracolosamente trasformi un’annessione unilaterale in un processo diplomatico […] Netanyahu può sempre cercare di sollecitare il sostegno americano a un piano più limitato”.

Data fatidica, 1º luglio

Da considerare, come spiega la Landau, che Netanyahu ha fissato tale passo per il 1º luglio e non può permettersi di non mantenere la promessa.

Ma, data la situazione, sembra che debba accontentarsi di un passo limitato, che non turbi troppo la comunità internazionale. Un passo simbolico e politico allo stesso tempo, che cioè preluda ad altre annessioni.

Peraltro, c’è il problema dei palestinesi, che hanno preso il vizio di vivere nella loro terra, nonostante tutto. Sembra che Israele voglia evitare immagini di scontri, che peraltro in questo momento potrebbero suscitare reazioni ingestibili.

Il movimento anti-razzista che sta dilagando in Occidente potrebbe infatti sposare, almeno in talune delle sue frange, anche la causa palestinese. In fondo, il tema delle proteste è l’oppressione e i palestinesi non ne sono esenti.

Sono considerazioni che esulano dal report della Landau, ma che certo Netanyahu sta facendo. E forse il cenno di Haaretz sulla possibilità che l’annessione sia limitata ad alcuni insediamenti privi della presenza di palestinesi nasconde anche tale preoccupazione.

Sia come sia, ad oggi un passo limitato ma di alto significato simbolico sembra inevitabile. Come dimostra anche il disinteresse globale per la missiva di alcuni esponenti del partito democratico Usa pervenuta ieri in Israele, nella quale si esortava il governo di Tel Aviv a recedere dalla decisione.

Annessione o legittima sovranità

In altro articolo di Timesofisrael si dà conto della controversia che imperversa in Israele sulla parola che dovrebbe essere usata per designare quanto si sta profilando.

Da più parti si invita il governo a evitare la parola “annessione”. Secondo quanti ne contestano l’uso, l’espressione che meglio descriverebbe tale processo sarebbe “applicazione della sovranità israeliana”, dato che si tratterebbe di un’iniziativa volta a riportare territori di Israele alla legittima sovranità, tale l’idea sottesa alla visione del Grande Israele.

Probabile che tale controversia nasconda anche un tacito imbarazzo per il precedente storico invero antipatico che la parola “annessione” potrebbe evocare negli ambiti avversi a tale processo.

Infatti nei libri di storia la parola “annessione” viene universalmente riferita al processo con il quale la Germania nazista assunse il controllo dell’Austria, passo che Hitler riteneva indispensabile per la creazione della Grande Germania (fu l’Anschluss, che letteralmente significa congiungimento, collegamento).

La storia è materia complessa e da maneggiare con cura, dove anche le parole hanno peso. Da qui anche certe controversie su terminologie che potrebbero risultare inappropriate o fuorvianti. Resta lo sconcerto di tanti ebrei per quanto si sta consumando, dei quali lo scrittore Abraham Yehoshua si è fatto coraggioso portavoce (Piccolenote).

Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedInPrint this page