13 giugno 2020

Nessuna opposizione all'annessione della Palestina

Accorato appello di Abraham B. Yehoshua sulla Stampa perché l’Unione europea fermi l’annessione di parte della Cisgiordania ad opera del governo di Israele prevista per il 1º luglio.

Lo scrittore israeliano ricorda che l’iniziativa partecipa del nuovo piano di pace dell’amministrazione Trump, che prevede, oltre all’annessione di tale area, per il resto della Palestina (il 15% dell’attuale) la  creazione di “tre distretti, analoghi ai Bantustan sudafricani dove i bianchi avevano concentrato una parte della popolazione nera concedendole un’indipendenza virtuale”.

Un piano sostenuto in America dalle “lobby ebraiche ed evangelico cristiane” che operano “con fermezza ed efficacia, forti anche di un radicato background biblico protestante del quale Israele è considerato un elemento importante”.

La Ue in ritirata

Nel suo appello alla Ue, Yehoshua sa bene che essa è bloccata da due fattori: il senso di colpa per l’Olocausto e la necessità di non alimentare l’antisemitismo, da cui un’opposizione solo verbale alle ricorrenti spinte espansionistiche di Israele, con delega agli Stati Uniti per un’azione più efficace.

E però, a fronte di un’iniziativa che “pregiudicherà per sempre la debole speranza di una soluzione di due Stati”, i paesi europei non “solo hanno il permesso, ma anche l’obbligo morale di dire: no, adesso basta. In fondo non farebbero che spalleggiare decine di alti ufficiali militari israeliani che si sono pronunciati contro tale inutile annessione”.

Appello purtroppo vano se si tiene presente quanto sta avvenendo. Un articolo di Hashel Pfeffer su Haaretz spiega come il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas, giunto in Israele per evitare l’annessione, si sia limitato a una raccomandazione verbale, assicurando però la controparte che essa non avrà alcuna conseguenza reale nei rapporti tra i due Stati.

Nella sua nota, Pfeffer racconta anche l’aspetto tragicomico della visita di Maas, il quale, avendo chiesto di visitare anche la Palestina, si è sentito rispondere che successivamente, prima di tornare in patria attraverso Israele, avrebbe dovuto mettersi in auto-quarantena a motivo del Covid-19.

Eppure “migliaia di israeliani e palestinesi attraversano quotidianamente [il confine, ndr.] senza bisogno di auto-quarantena. Ma questo non è il momento di far arrabbiare Netanyahu”, scrive Pfeffer. Così Maas ha si è limitato a parlare con “la leadership palestinese tramite Zoom”…

Non solo l’inutile visita di Maas, che più che ammonire è servita a rassicurare i suoi interlocutori sulle reali disposizioni della Germania.  Pfeffer fa notare anche la vacuità delle prese di posizione dell’Alto rappresentante per la politica estera della Ue, Josep Borrell, che più volte ha preso posizione contro l’iniziativa di Netanyahu.

Pfeffer riferisce di una telefonata dell’Alto rappresentante con il nuovo ministro degli Esteri israeliano Gabi Ashkenazi, nella quale si è complimentato per l’avvenuta nomina e ha parlato di varie questioni, tra cui, appunto, l’annessione.

“Nel report ufficiale della UE relativo alla conversazione telefonica – scrive Pfaffer – [l’annessione, ndr.] fa solo una fugace apparizione alla fine del quarto paragrafo, che recita: ‘L’alto rappresentante ha condiviso le preoccupazioni dell’UE in merito a una potenziale annessione'”.

Così, è davvero difficile aspettarsi che l’Unione europea vada oltre un mero richiamo verbale…

Le primavere arabe e l’annessione della Palestina

Per parte sua, Trump è bloccato: se da una parte sta cercando di frenare l’annessione unilaterale, come riferisce Timesofisrael, non può far altro che stare a quanto deciderà Netanyahu, dato che rischia di alienarsi parte del suo elettorato, cioè la destra ebraica e gli evangelical americani.

Il passo di Netanyahu, peraltro, è contro il suo piano, dato che esso prevedeva un accordo, benché aleatorio, con i palestinesi, e la sovranità palestinese sul residuo territorio, benché ridotto a Bantustan, oggi neanche a tema.

Aspetti, questi ultimi, invisi ad alcuni leader dei coloni. Tanto che Trump si è anche attirato l’ira di David Elhayani, uno dei leader più rappresentativi di tale ambito, che lo ha accusato di non essere amico di Israele e di mettere a rischio la sicurezza del Paese (Timesofisrael).

Come è accaduto spesso nella sua storia politica, Netanyahu si giova spesso degli estremismi per far intravedere ai suoi interlocutori possibili derive ingestibili, presentandosi come l’unico leader in grado di controllare anche i più irriducibili.

L’articolo di Pfeffer sottolinea un altro fattore risultato decisivo per aprire la strada all’annessione, ed è la primavera araba del 2011, che ha avuto come esito di marginalizzare il conflitto arabo-israeliano, spostando “altrove l’attenzione [internazionale, ndr.]. Inoltre [sempre a causa della primavera araba, ndr.] gli Stati arabi sunniti hanno preferito stringere un’alleanza non ufficiale con Israele contro l’Iran”, abbandonando al loro destino i palestinesi.

A quanto pare l’unica vera azione frenante efficace arriva dal partito Blue and Withe di Benny Ganz (InsideOver) ed è possibile che il 1º luglio, giorno previsto per l’annessione, il governo israeliano si limiterà a occupare solo tre insediamenti (Anadolu).

Un passo limitato e più gestibile, sia sul campo sia a livello di immagine internazionale, ma che costituirà la base, giuridica e politica, per completare il processo in futuro. “Netanyahu ha vinto”, come da titolo di Haaretz. Per ora è così.

 

Ps. All’annessione si oppongono Russia e Cina, ma non hanno alcun potere in tal senso.

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