11 giugno 2020

Dal Movimento anti-razzista alla rivoluzione culturale

Il Movimento anti-razzista nato sull’onda dell’omicidio di George Floyd ha assunto carattere iconoclasta. I manifestanti, in America e in Inghilterra soprattutto, hanno preso di mira le statue: gettata a terra, a Bristol, quella di Edward Colston, noto schiavista che la città ha onorato per i benefici da lui apportati.

Statue non grate

Se pochi piangeranno per la fine indecorosa della statua di Colston, l’assalto ad altri monumenti ha suscitato reazioni: così è stato per la deturpazione, avvenuta a Londra, della statua di Churchill, punito per le sue propensioni razziste verso gli indiani e i palestinesi, ma al quale è innegabile assegnare un ruolo primario nella sconfitta del nazismo (Hitler vede così irriso il suo più acerrimo nemico: simbolismo alquanto sinistro).

Né si comprende la ratio della distruzione e il relativo affondamento in acqua della statua di Cristoforo Colombo, avvenuto a Richmond: se certo il navigatore genovese è reo di aver scoperto l’America, non gli si può attribuire un ruolo nel genocidio dei suoi nativi, come hanno fatto i vandali (con motivazione rimasta scritta sul residuo piedistallo).

Ma al di là, va segnalato che il sindaco di Londra, in sintonia con l’onda, ha avviato una revisione dei monumenti della città per decidere quali siano degni di rimanere, revisione che potrebbe essere ribaltata in seguito, con riscrittura permanente della storia in stile orwelliano (così in “1984”).

Questo lato simbolico della protesta ha fatto nascere paragoni, anche da parte di ambiti non avversi ai manifestanti, con la furia talebana, che in Afghanistan fece strame di monumenti buddisti.

Ma il simbolismo delle statue buttate giù, nella storia recente, ha anche altri precedenti. Le rivoluzioni colorate nell’Est europeo, che tanti punti in comune hanno con il Movimento antagonista americano ed europeo (e nel Vecchio Continente soprattutto britannico: Trump e Johnson, accomunati dalla sfida alla globalizzazione, hanno gli stessi antagonisti), hanno una storia seriale di statue abbattute, a sigillo dell’avvenuto regime-change.

Come resta nella storia l’abbattimento della statua di Saddam, a coronamento simbolico della prima grande vittoria delle guerre infinite (anche qui il rimando al presente è facile, dato che George W.Bush e Colin Powell, protagonisti pubblici di quella guerra, si sono schierati in favore dei manifestanti contro Trump).

La statua di Saddam abbattuta

il movimento che vuol riscrivere la storia

Non solo l’aspetto simbolico, l’accanimento contro certi monumenti pubblici ha fatto assumere alla protesta sociale il carattere di una rivoluzione culturale (quella cinese, non è un bel precedente).

Analizzare con occhi nuovi la storia è operazione legittima e benvenuta, dato che può portare a porre nuovi interrogativi e favorire una maggiore comprensione di una materia in genere appannaggio dei vincitori (in particolare quella moderna),

Ma allo stesso tempo c’è il rischio che storia stessa sia consegnata a improvvisati professori o di una rischiosa palingenesi che, azzerando tutto, vedrebbe il sorgere di una nuova Storia, a uso e consumo dei nuovi vincitori, quelli che si nascondono dietro le attuali proteste e le alimentano (tutti i media mainstream Usa e gran parte degli altri, oltre che le più potenti piattaforme web, la supportano, e non certo casualmente).

Peraltro, se proprio si vuole porre fine ai tanti simboli del razzismo, occorrerebbe forse abolire il partito democratico americano che oggi cavalca la protesta, dato che gran parte dei suoi esponenti, al tempo della guerra di secessione, si schierò con i confederati contro l’abolizionista Abraham Lincoln.

Il rito dei democratici al Congresso

Proprio tale partito ha dato vita a un singolare spettacolo al Congresso Usa, nel quale ha voluto portare il gesto più potente e simbolico delle attuali manifestazioni anti-razziste, che consiste nell’inginocchiarsi in pubblico in memoria di Floyd.

Un gesto di per sé bello, che rischia però di essere consegnato al simbolismo e così svuotato del suo significato di preghiera e partecipazione.

Meno bello se viene chiesto, come accade durante le manifestazioni, ad altri estranei al Movimento, con un’insistenza e una pervicacia che, anche se non ne deriva una costrizione, assume il significato di una richiesta di sottomissione pubblica al Movimento e alle sue ragioni (e, di fatto, anche al Potere che lo sostiene).

Tornando allo spettacolo al Congresso, al quale la solennità e l’uso di una stola cerimoniale ha fatto assumere i caratteri rituali (e di un rito più pagano che laico), è singolare che, per manifestare la propria vicinanza agli afroamericani, i membri del partito democratico abbiano deciso di indossare una stola di Kante.

Un tessuto particolare, il Kante, che ha nel simbolismo cromatico rimandi iniziatici, la cui storia si “intreccia profondamente con quella dell’Impero Ashanti“, dato che era appannaggio dei suoi regnanti.

Tale impero, che insisteva sul Ghana (dilatandosi ben oltre gli attuali confini del Paese che affaccia sul Golfo di Guinea), fu uno dei più potenti regni dell’Africa, un impero “schiavista” che “sul commercio di oro e schiavi (con i colonialisti europei, ndr) costruì la propria ricchezza”.

La storia è bizzarra. E riserva sorprese, anche a chi la vuole riscrivere.

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