10 giugno 2020

Le vite dei siriani non contano...

Il sito al Manar, vicino a Hezbollah, riferisce di manifestazioni estese nelle province siriane controllate dalle milizie curde (Syrian Democratic Forces), gli ascari che gli Stati Uniti usano per controllare l’area.

La manifestazioni si susseguono dal 9 giugno e interessano molti centri abitati della zona. La gente protesta perché gli è “impedito di sfruttare le proprie risorse economiche, tra cui il petrolio e il gas”, che abbonda nel sottosuolo (vi si trovano quasi tutte le risorse energetiche della Siria).

La brutalità contro i siriani non interessa

“La popolazione locale – prosegue al Manar – sa perfettamente che il deterioramento delle loro condizioni di vita è dovuto alle sanzioni americane imposte al popolo siriano, che gli Stati Uniti saccheggiano ogni giorno”.

“I manifestanti sono anche infuriati per la corruzione dei consigli civili e militari della Sdf e chiedono il ritiro della Sdf e delle truppe americane, che accusano di saccheggiare gli idrocarburi dai giacimenti petroliferi che controllano, presso i quali continuano a rafforzare la loro presenza” militare.

Al Manar dettaglia infatti l’arrivo continuo di camion cisterna impegnati a rubare il petrolio siriano (al tempo a predare il petrolio siriano era l’Isis: non è un bel termine di paragone).

Nessun media internazionale dà conto del dilagare delle proteste dei siriani; nessuna manifestazione né in America né in altra parte del mondo come per George Floyd.

La brutalità delle forze di occupazione che controllano quest’area della Siria per conto degli Stati Uniti e delle stesse truppe americane non solo non fa notizia come quella della polizia americana, ma incontra il favore dall’attuale candidato del partito democratico alla presidenza degli Stati Uniti, che sta cavalcando il vento della protesta per l’assassinio di Floyd.

Usa: divisi su Floyd, uniti sulla Siria

Infatti, quando alla fine dello scorso anno Trump decise di ritirare le truppe americane dalla Siria, innescando reazioni nel Pentagono (da cui un ritiro solo apparente), Joe Biden criticò la Casa Bianca, chiedendo che le forze Usa rimanessero in loco (Usa Today).

Dello stesso parere anche vari democratici che al Congresso Usa si sono inginocchiati in onore di George Floyd con variopinti ornamenti africani, in quella che i loro avversari hanno definito una pagliacciata (difficile, in effetti, evitare un senso di straniamento).

Lo conferma il fatto che il Congresso Usa sta lavorando a un decreto, il decreto Caesar (1), per comminare una nuova ondata di sanzioni contro la Siria, che colpiranno non solo i siriani, ma anche chi proverà a commerciare con loro.

Il decreto, come dettaglia il New York Times, è frutto della collaborazione di repubblicani e democratici e risulterà devastante per la Siria.

Il combinato disposto coronavirus-sanzioni

Peraltro, se già appare criminale (ci si perdoni, ma non troviamo termini più soft) non aver sollevato le sanzioni contro Damasco durante il coronavirus, rendendo così più devastante il suo impatto sulla popolazione, implementare al parossismo tali sanzioni mentre il Paese è ancora preda del morbo appare doppiamente criminale.

A soffrire non sarà Assad, ma un intero popolo, al quale, dopo nove anni di guerra sanguinaria, viene inflitto un nuovo flagello, giustificato dalla necessità di “liberarlo” dal tiranno Assad…

Peraltro, la liberazione di tale popolo dal cosiddetto “tiranno” lo vedrebbe consegnato a un futuro alquanto funesto: basti vedere l’Afghanistan, dove il Terrore e il caos hanno dilagato durante la presenza Usa; la Libia, ancora preda degli spasmi del caos dopo la “liberazione” da Gheddafi; l’Iraq, sprofondato per decenni in un sanguinoso conflitto intestino dopo la “liberazione” da Saddam…

Nulla importando i precedenti disastri e nulla importando la stretta del coronavirus, Washington ha deciso di scatenare uno tsunami di sanzioni contro il popolo siriano, allo scopo di portarlo alla fame per rendere più agevole l’azione destabilizzante che si riserva di riprendere in futuro (indicativo in tal senso l’ordine di Putin di ampliare le basi russe presenti nel Paese).

Una decisione nata dunque da una convergenza tra i democratici, che usano l’assassinio di George Floyd per andare al potere, e i repubblicani, che chiedono il ripristino della legge e dell’ordine (in patria, ovvio, altrove, a quanto pare, il caos è accettabile).

Il rigetto dei militari Usa per le guerre infinite

Una nota a margine per un dettaglio non secondario. Un articolo del National Interest spiega che Trump gode di ampio consenso nell’esercito, nonostante qualche incidente di percorso con i suoi comandanti in capo: due militari Usa su tre, infatti, voterebbero per lui.

Ciò, spiega il giornale americano, non perché sia un’istituzione conservatrice (molti di loro hanno perfino finanziato Sanders), ma perché “le truppe hanno ancora fiducia che li ritirerà dalle guerre”. Ciò perché i militari ne hanno abbastanza delle guerre infinite, con particolare riguardo al Medio oriente.

“Il disagio è evidente nell’esercito e nel Corpo dei Marines degli Stati Uniti più che nell’Aeronautica o nella Marina” , cioè tra quanti sono stati “in prima linea”.

Tale rilievo non dà solo un’informazione sulle elezioni di novembre, dà soprattutto un’indicazione su quello che le truppe vedono nelle aree in cui si dispiegano le operazioni militari americane.

Se vedessero gente felice per l’avvento dei “liberatori” il loro rigetto sarebbe minore, se non nullo. È evidente che quel che vedono, invece, non gli piace affatto. Non sono i soli.

(1) Il decreto prende il nome dal dossier Caesar, che documenterebbe asseriti crimini di Assad. L’ennesima manipolazione di questa sporca guerra (vedi Vietato Parlare). D’altronde è dai tempi del conflitto in Iraq che i fautori delle guerre infinite usano la menzogna come arma di distruzione di massa.

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