5 giugno 2020

Iran-Usa: servizi e segreti di uno scambio di prigionieri

Iran e Stati Uniti hanno concluso uno scambio di prigionieri. Teheran ha rilasciato l’ex ufficiale della Marina Michael White e Washington ha fatto rimpatriare due iraniani detenuti: il medico Majid Taheri e lo scienziato Cyrus Asgari.

Singolare la vicenda di White, raccontata così dal Guardian: nel luglio del 2018 è stato arrestato perché si è introdotto clandestinamente in Iran per recarsi a Mashhad, città nella quale ha “visitato una donna che avrebbe conosciuto online”; durante la sua permanenza nel Paese – la cui durata non è specificata – ha poi “insultato il leader supremo iraniano, l’Ayatollah Ali Khamenei, e pubblicato commenti anti-regime sui social media sotto pseudonimo”.

Insomma, la versione ufficiale, riferita dal Guardian e altri media, fa intendere che l’uomo si è introdotto clandestinamente nel Paese per ragioni sentimentali e qui, non potendo resistere alla tentazione, ha insultato il dittatore locale tutelandosi sotto falso nome. A tale versione il New York Times fa una piccola aggiunta: i “pubblici ministeri iraniani hanno anche ipotizzato che era una spia”.

2018: l’Iran brucia

Per avere un’idea un po’ meno nebulosa della vicenda si poteva dare un’occhiata a Wikipedia che dedica pagine intere alle proteste di massa avvenute tra la fine del 2017 e l’agosto del 2018 in Iran.

Un momento di tempo cruciale per Teheran: a fine dicembre del ’17, proteste di massa dilagano in tutto il Paese, incendiando oltre “70 città” e mettendo in seria difficoltà le autorità iraniane.

Cruciale, al solito, il ruolo di internet. Grazie alla rete i manifestanti hanno potuto organizzarsi e dar vita a manifestazioni di alto profilo strategico.

Il ministro degli Interni iraniano, Abdolreza Rahmani Fazli, riferiva che nel corso della ribellione sono state “incendiate 731 banche, 70 stazioni di servizio e 140 strutture governative e sono stati attaccati più di 50 edifici delle forze di sicurezza” (Reuters).

Ovviamente la rete era un fiorire di inviti a manifestare e di slogan contro il governo. Tanto cruciale la rete, che Teheran la chiuse per riuscire a domare la rivolta. Piccolo particolare: la prima città in cui è scoppiata la ribellione è stata proprio Mashhad…

Uno sfondo che mette sotto un’altra luce l’incontro online di White con la signora iraniana, il suo arrivo clandestino a Mashhad e la sua attività sui social in quel periodo.

Insomma è possibile ipotizzare che il vero scopo del viaggio dell’ex ufficiale della Marina – peraltro molto avventuroso data la tensione tra i due Paesi e la stretta sorveglianza degli iraniani sulle infiltrazioni Usa – fosse quella di innescare o sostenere la rivolta “spontanea” dei cittadini iraniani contro Teheran.

Una rivolta che vide l’America assurgere in cattedra per bacchettare con asprezza l’Iran per i suoi metodi repressivi, con inviti alla moderazione che oggi stridono più di ieri.

Di detenzioni e trattative incrociate

Ma al di là dei misteri dei moti spontanei che d’improvviso incendiano Paesi, e tornando al presente, vediamo l’accordo: White è stato rilasciato in cambio di due cittadini iraniani detenuti negli Usa.

Il dottor Majid Taheri, che lavorava presso una clinica a Tampa,  è stato arrestato per aver violato le sanzioni contro l’Iran, mentre Cyrus Asgari, piatto forte della trattativa, è stato arrestato quattro anni fa nel corso di una “visita accademica nell’Ohio con l’accusa di aver sottratto segreti commerciali”.

Timesofisrael (non certo un media pro-iraniano) spiega che Asgari, dopo tre anni dall’arresto, “lo scorso anno è stato assolto [dalle accuse] ed è stato affidato alle autorità preposte all’immigrazione […] che lo hanno ristretto in Louisiana in un ambito privo dei servizi igienici essenziali” (le vite iraniane contano evidentemente poco, per stare a uno slogan di stretta attualità).

Di contro, Bill Richardson, ex ambasciatore e membro del Partito Democratico, oltre che ex governatore del New Mexico, che ha condotto la trattativa con Teheran, ha dichiarato che White, avendo contratto il coronavirus, è stato curato in ospedale e per il resto del tempo è rimasto “alloggiato in un hotel di Teheran”.

Insomma, anche uno scambio di prigionieri può offrire qualche barlume riguardo a rivolte più o meno spontanee e brutalità asserite o reali.

Ma può anche rimandare ad altro: Trump, nel tweet nel quale si è felicitato della liberazione di White, ha scritto: “Grazie all’Iran, dimostra che un accordo è possibile!“. Formula che poteva evitare, limitandosi a ringraziare chi ha mediato (per parte sua Teheran non ha ricambiato, data la morsa coronavirus-sanzioni Usa da cui è afflitta).

Nonostante la strategia anti-iraniana dispiegata dalla sua amministrazione e nonostante la tempesta perfetta che ha investito la Casa Bianca con la morte di George Floyd, Trump dimostra che la sua disposizione verso Teheran è altra da quella dei falchi che l’hanno costretto a metterla in un angolo (vedi New York Times).

Infine, questo – seppur fuggevole – momento distensivo Washington-Teheran aiuta a capire perché gli Usa non hanno impedito a cinque petroliere iraniane di portare carburante in Venezuela, come invece avevano minacciato di fare.

Ps. Anche il falco che presiede la politica estera americana, il Segretario di Stato Mike Pompeo, si è rallegrato del fatto che in questa vicenda le autorità iraniane siano state “costruttive“.

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