4 giugno 2020

Il regime-change Usa e il ritorno a Nixon

Lo scontro che sconvolge gli Usa è esistenziale: nessun compromesso, si vince o si perde tutto. La rivolta non ha alcuna richiesta specifica riguardo il motivo della sua genesi, cioè la brutalità razzista della polizia.

Le piazze chiedono altro da una banale riforma delle forze dell’ordine: vogliono sic et simpliciter che Donald Trump sloggi dalla Casa Bianca, da cui proteste durature e a rischio escalation.

Trump come Saddam

Così la ribellione ha assunto i tratti di un regime-change, tanto simile ad altri processi geopolitici indotti o cavalcati dagli Stati Uniti in altre latitudini. Un parallelismo evidenziato peraltro, seppur da altra angolatura, anche dal Washington Post.

“I veterani della CIA che hanno monitorato le repressioni all’estero vedono preoccupanti parallelismi nella gestione delle proteste da parte di Trump”, è il titolo di un articolo del WP, nel quale funzionari dell’intelligence paragonano Trump ai “leader dispotici” che l’America ha combattuto, come Saddam, Assad e Gheddafi (un po’ di imbarazzo per i flagelli che l’America ha portato in questi Paesi non guasterebbe, ma tant’è).

E come l’autoritarismo di tali veri o asseriti despoti era un indizio di un collasso imminente del loro potere, così lo sarebbe quello dispiegato da Trump (in realtà l’Iraq, la Libia e la Siria sono collassate, in modalità diverse, dopo il regime-change, ma ciò per il funzionario in  questione sembra secondario).

Come gli altri regime-change, anche quello americano gode di un sostegno mediatico impressionante e risonanza globale. Non solo dei media nazionali, anche della rete, da Twitter e Buzzfeed, la più importante piattaforma di informazioni Usa, ormai indistinguibile dal sito del Black Lives Matter.

Su Buzzfeed si possono trovare anche articoli come questo: “19 consigli per chiunque abbia intenzione di protestare”, nei quali si spiega di andare a manifestare a piedi o con i mezzi pubblici, di indossare scarpe comode, di evitare di fotografare gli altri dimostranti o sé stessi, di portare con sé dei viveri e tanto altro. Aiuta anche il Covid-19, dato che la mascherina serve anche a “proteggere la propria identità”.

Suggerimenti alquanto bizzarri per una manifestazione pacifica, ché come tali sono presentate le proteste dai media, con articoli che stigmatizzano puntualmente la reazione della polizia e sfumano sugli atti vandalici dei manifestanti, come nella migliore tradizione dell’informazione associata ai regime-change.

Né poteva mancare la massima criminalizzazione del nemico, che consiste nel paragonare l’asserito autocrate di turno a Hitler.

Dopo  Saddam, Assad e Gheddafi tocca a Trump: ieri l’ex Segretario alla Difesa James Mattis ha paragonato la risposta del presidente alle proteste alle “tattiche naziste” (Nbc).

Ritorno a Nixon

Per parte sua Trump, dopo la confusione iniziale, ha intrapreso la via dello scontro frontale contro i ribelli violenti. Scelta dettata dalla radicalità dell’altra parte, che vuole solo la sua dipartita, e particolarmente gradita dai suoi consiglieri più assertivi, che lo hanno convinto che possa ripetere l’exploit di Richard Nixon, che nel ’68 vinse le elezioni promettendo di portare l’America fuori dal devastante scontro sociale di allora.

Da qui la ripetizione dello slogan di Nixon: “Law and order”. Lo spiega Edward Luttwak, uno dei tanti falchi che assediano il presidente, convinto che gli americani approvino Trump quando “esorta la polizia a sparare in risposta alla violenza dei dimostranti“ e che gli “elettori puniranno chi non ha saputo difenderli in questo frangente e premieranno il presidente per la sua fermezza” (Agi).

Gli fa eco Gary Abernathy sul Washington Post, convinto che “l’imminente sconfitta di Trump è un pio desiderio dei suoi avversari”.

“Gli americani di ogni genere – scrive Abernathy – simpatizzano con i manifestanti pacifici, ma se gli avversari del presidente vengono percepiti come degli apologeti della ribellione e dell’anarchia e Trump si erge a protettore degli americani dalla violenza, il vincitore di novembre è facile da prevedere – come ben sa Trump”.

Significativo un passaggio del suo pezzo: “La morte di George Floyd per mano della polizia di Minneapolis è stata universalmente condannata, anche da Trump. Tutti, a sinistra, a destra e al centro, sembrano comprendere che l’uccisione di Floyd è stata atroce. Anche nelle parti più bianche dell’America rurale, sono pochi quelli che non capiscono perché siano nate proteste” (cioè per cacciare Trump).

Al di là di questo cenno, è utile tornare all’ipotesi del remake del ’68 per metterne in evidenza una discrasia: allora la furia sociale trovava alimento soprattutto dal risentimento per l’impegno dell’America in Vietnam, che il presidente democratico Lyndon Johnson aveva portato al parossismo.

Nixon si trovò a fronteggiare l’ex vicepresidente di Johnson, Humphrey, che prometteva di perseverare su quella via (che Nixon poi chiuse con la pace, iniziativa che, insieme all’apertura alla Cina, gli fu fatale).

La protesta sociale di allora, cioè, era diretta contro tutto il sistema, al quale era associato anche Humphrey. La protesta attuale, invece, è del tutto propizia al candidato democratico.

I consiglieri falchi di Trump si saranno ben guardati di ricordagli tale particolare, data la loro indole bellicosa. Un’elusione che potrebbe perdere il presidente di cui si dicono fautori.

Peraltro, anche i suoi oppositori hanno sempre paragonato Trump a Nixon, cercando, tramite impeachement, di associarlo al destino del suo predecessore. Siamo nel campo delle convergenze parallele…

Ps. Anche George W. Bush, il presidente delle guerre infinite, si è schierato contro Trump… 

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