2 giugno 2020

Netanyahu va verso l'annessione della Cisgiordania

Jared Kushner vola in Israele per chiedere a Netanyahu di “rallentare” l’annessione della Cisgiordania, che Tel Aviv vorrebbe chiudere entro luglio. Una missione impossibile, quella del genero di Trump, dati i guai che il presidente Usa si ritrova in casa, dove virus, emergenza economica e scontro sociale rischiano di incenerire la sua amministrazione.

In questa situazione di precarietà, egli può solo chiedere, non ha alcun potere contrattuale in merito, dato che l’appoggio della destra israeliana, e soprattutto degli evengelici legati a tale destra, gli serve per sperare ancora, e nonostante tutto, di vincere le elezioni di novembre.

Per parte sua, Netanyahu sa che un’eventuale successore democratico alla Casa Bianca potrebbe risultare meno propizio ai suoi piani (anche se difficilmente andrebbe oltre un rimbrotto verbale), da cui l’accelerazione di questi giorni.

Di interesse, sul punto, una nota di Hadar Susskind, presidente di Americans for Peace Now, che su Haaretz stigmatizza il silenzio della comunità ebraica americana sull’iniziativa politica di Netanyahu.

Una comunità che più volte ha espresso il proprio sostegno per la soluzione del conflitto israelo-palestinese attraverso la creazione di due Stati e che in questi giorni cruciali appare misteriosamente silenziosa.

Di interesse la posizione dell’Aipac, la più importante lobby ebraica Usa, che, come rileva Susskind, ha comunicato che “il sostegno bipartisan ai fondamenti delle relazioni strategiche USA-Israele deve sostituire qualsiasi controversia politica”, compresa una possibile controversia sull’annessione della Cisgiordania. Insomma, anche l’Aipac ha dato un tacito placet all’annessione.

Secondo Susskind, tale iniziativa apre una prospettiva “spaventosa”. E aggiunge: “Sono tempi difficili per Israele e per coloro che sono impegnati per un futuro che veda Israele rimanere uno stato ebraico e democratico. Tale visione è messa in discussione da coloro che sacrificheranno la democrazia e i diritti umani sull’altare dell’etno-nazionalismo, nonché dai fautori di uno stato bi-nazionale”.

Aveva suscitato controversie l’intervento sulla questione di Daniel Pipes, che in un articolo sul New York Times (ripreso da Timesofisrael), scriveva  “l’annessione della Cisgiordania probabilmente danneggerebbe le relazioni di Israele con l’amministrazione Trump, i democratici, i leader europei e arabi, oltre a destabilizzare la regione, a radicalizzare la sinistra israeliana e a danneggiare l’obiettivo sionista di uno stato ebraico”.

Peraltro si starebbe suscitando tale vespaio per nulla. Scriveva, infatti, Pipes: “Cosa aggiunge effettivamente l’annessione? È una mossa simbolica, un gesto verso gli israeliani che vivono in Cisgiordania in un limbo legale. Ma l’annessione non li toglie da quel limbo, poiché è probabile che nessun governo importante al mondo riconoscerebbe il loro cambiamento di status giuridico”.

Intervento di grande interesse, perché Pipes, come ha rivendicato anche dopo la stesura dell’articolo, è un superfalco e uno strenuo sostenitore delle ragioni di Israele. Insomma è chiaro a tutti l’errore insito in tale iniziativa unilaterale, che pure, inesorabilmente, avanza per inerzia, dato che al momento non esiste nessuna forza frenante.

I 50mila palestinesi che vivono nell’area, ha dichiarato Netanyahu, non diverranno cittadini israeliani, rimarrà cioè “un’enclave palestinese” sottoposta al controllo di Israele. Prospettiva più che grigia.

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