2 giugno 2020

Proteste negli Usa: gli infiltrati e l'ambiguità dei media

“La polizia ha identificato Brian Jordan Bartels, 20 anni, di Allison Park, in Pennsylvania come la persona che ‘dato il via’ all’escalation a Pittsburgh”. Bartels è un estremista bianco che non aveva nulla a che vedere con le ragioni delle proteste della comunità afroamericana.

E ancora Jenny Durkan, sindaco di Seattle: “È sorprendente quante persone coinvolte nei saccheggi, nei furti e negli incendi avvenuti a fine settimana fossero giovani maschi bianchi”.

A elencare queste anomalie delle proteste scoppiate in America a seguito dell’assassinio di George Floyd è il Washington Post, in un articolo teso a descrivere la responsabilità e il pacifismo dei manifestanti, deviato da infiltrati che hanno portato la folla a compiere “atti intenzionalmente destabilizzanti”.

Insomma, per il WP saremmo di fronte a un classico dello scontro sociale, con soggetti che si infiltrano tra i manifestanti per dirottare le proteste e incanalarle sulla via della violenza per incenerirne le ragioni.

In realtà, fin dall’inizio i siti che i media mainstream definiscono cospirazionisti hanno denunciato tali infiltrazioni, documentandole con video e testimonianze dirette. Con spiegazione altra: le manifestazioni di massa sono organizzate e finalizzate a incendiare il Paese.

Il WP arriva dopo, cioè, e tende a ribaltare il ruolo dei facinorosi: non organizzatori del caos di massa, ma figure marginali di una protesta pacifica.

La rivendicazione di Black Lives Matter

In questo momento, Minneapolis e le città in tutto il nostro paese sono in fiamme” si legge nel documento basico di Black Lives Matter, il movimento più importante e organizzato dei tanti che difendono i diritti della comunità afroamericana e il più attivo sul campo. Suona come una rivendicazione.

Al di là della legittimità o meno dell’azione di Black Lives Matter, si vuole semplicemente  evidenziare che la narrazione del WP è alquanto irenica. E se certo i più esprimono il loro giusto sdegno pacificamente, il caos dilagante non è esito casuale.

Il punto è che in realtà chi sta tentando di cavalcare l’onda della rivolta per abbattere Trump inizia a temere che possa risultare controproducente.

Se da una parte il caos dilagante devasta l’immagine del presidente, incapace di controllare il Paese, dall’altra rischia di spaventare i cittadini e di alienare le loro simpatie verso la protesta.

Da qui la necessità di fermare le violenze dilaganti, come denota anche l’appello di Obama in tal senso (peraltro dovuto e doveroso), per capitalizzare al massimo a livello politico.

Una nuova modulazione dello scontro?

Allo stesso tempo, quanti hanno alimentato questo caos per estromettere Trump dalla Casa Bianca possono rinunciare a un’arma così potente come una protesta di massa incendiaria e capillare.

Da qui la possibilità di una modulazione nuova dello scontro, data da un combinato disposto tra azioni violente e proteste pacifiche, un po’ quel che avvenne in Italia durante la strategia della tensione, che vedeva marciare per convergenze parallele il Movimento politico e la violenza armata.

Un’ambiguità di fondo che vibra nell’accorato appello del New York Times, che, in un editoriale a favore delle proteste, rievoca la condanna della violenza da parte di Martin Luther King, ma anche la sua giustificazione: “In ultima analisi, la rivolta è il linguaggio di chi non è ascoltato”.

Resta che, vivo Martin, le violenze attuali non ci sarebbero state e le sue parole, usate in questo momento, di fatto hanno come esito di ricomprendere saccheggi, incendi e assalti nel novero delle azioni errate, ma anche legittime.

“Le proteste in America non si fermeranno fino a quando non finirà la brutalità della polizia” è il titolo dell’editoriale, anche qui significativo sul punto (se è necessario introdurre dei meccanismi di vigilanza e di tutela in un corpo di polizia evidentemente malato, indicare che fino a tale esito non si potrà avere un freno alla violenza ne legittima il perdurare).

Il combinato disposto suddetto troverà alimento, al solito, dalla dialettica degli opposti estremismi, acutizzando lo scontro tra afroamericani e suprematisti, come peraltro già avviene. Inutile aggiungere che la brutalità del confronto tra polizia e manifestanti, e tra manifestanti e persone decise a difendere le proprie proprietà con le armi, farà il resto.

Disinformazione

Né giova ad attutire le tensioni un’informazione consegnata all’imperativo morale di spodestare Trump, direttiva primaria che rischia di produrre disinformazione.

La disinformazione peraltro dilaga nel web, incendiando ancor più gli animi: sulla Bbc la notizia che alcuni video circolati in questi giorni, che documenterebbero la brutalità della polizia contro i pacifici manifestanti, sono relativi a fatti del passato.

Fuori dagli schemi e più sincero l’appello del fratello di George Floyd, Terrence, che ha chiesto agli afroamericani di evitare la violenza e di esprimere le proprie giuste ragioni in maniera pacifica.

Resta da capire un mistero legato alla morte del fratello: Chauvin, l’agente che lo ha ucciso, e George hanno lavorato insieme in un nightclub di Minneapolis fino allo scorso anno, ambedue addetti alla sicurezza (New York Times). Nel video che ritrae l’assassinio i due sembrano non conoscersi…

Ps. Cina, Iran e altri Paesi ai quali gli Usa hanno impartito lezioni su come si affrontano le proteste di piazza nel rispetto della democrazia osservano con interesse i loro improvvisati maestri affrontare gli stessi problemi con metodi eguali, se non peggiori (vedi le due automobili della polizia che investono la folla).

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