29 maggio 2020

Usa: l'uccisione di Floyd riaccende l'usato scontro razziale

S’incendia l’America dopo l’uccisione di George Floyd, l’afroamericano assassinato dalla polizia di Minneapolis. Proteste della comunità di colore in diverse città, con epicentro Minneapolis, ovviamente, dove ai manifestanti pacifici hanno fatto seguito facinorosi che hanno dato vita a disordini, saccheggi e incendi, una devastazione culminata nell’assalto a tre distretti di polizia.

A nulla è servito il fatto che gli agenti che avevano ucciso Floyd siano stati subito sospesi dal servizio.

I video rimandano scene da rivoluzione colorata. In genere le rivoluzioni colorate servono a sostenere un cambio di regime, ed quello che sta accadendo negli Stati Uniti, dato che l’esito di tutto ciò è quello di portare la comunità afroamericana allo scontro aperto con il presidente in vista delle elezioni di novembre.

I manifestanti, infatti, hanno subito preso di mira Trump, che pure nella vicenda non ha alcuna responsabilità, ché anzi ha espresso dolore per l’accaduto e chiesto un’indagine approfondita, della quale si sta occupando l’Fbi.

Lo scontro razziale

Ma, come accennavamo in una nota di ieri, egli è identificato come simbolo di un’America razzista e suprematista, marchio di infamia che l’assassinio di Floyd ha rilanciato.

A rinfocolare la polemica anche Twitter, ormai in guerra aperta con Trump, che ha censurato un altro tweet del presidente per incitamento alla violenza.

In realtà, al di là della prosa al solito esagerata del tyconn prestato alla politica, nel suo tweet iTrump ha avvertito che non avrebbe tollerato che Minneapolis cadesse preda all’anarchia – è come se la città “avesse attraversato una guerra”, così un cittadino a MPR -, avvertendo le autorità locali che Washington era pronta a riprendere il controllo della città.

Espressioni forti, e al solito esagerate nella forma, ma obbligate nella sostanza, dato che il presidente degli Stati Uniti non può permettere che un’intera città sprofondi nel caos.

Probabile che a preoccupare Trump sia stato anche altro: durante i disordini un attacco hacker ha mandato in tilt i sistemi informatici dell’amministrazione pubblica di Minneapolis (The Hill), altro segnale che la giusta indignazione per l’assassinio di Floyd si interseca con altro e più oscuro.

Trump e i social 

Nella temperie va segnalato che Trump ha concretizzato quanto aveva annunciato dopo che Twitter aveva censurato un suo cinguettio: ha emanato un decreto che rende possibile alle autorità preposte intervenire per accertare se la censura di post o l’oscuramento di un utente violi la libertà di espressione garantita dalla Costituzione.

Peraltro, il presidente ha trovato un alleato inaspettato, il patron di Facebook Mark Zuckerberg, che, pur criticando l’iniziativa presidenziale, ha dichiarato che i i social dovrebbero essere neutrali, non avendo nessun titolo per assumere il ruolo di “arbitro della verità di tutto ciò che la gente esprime online”.

Sia che che le sue affermazioni siano sincere sia che siano dettate dalla paura di perdere lo scudo protettivo che finora ha garantito a lui e agli altri gestori della rete di fare tutto quel che gli aggrada, le sue parole colgono nel segno.

In realtà, tale sbandierata neutralità è tutta affidata alla coscienza dei gestori dei social, dato che nessuna normativa garantisce sul punto. E resta il problema, ad oggi insuperato, del regime di monopolio nel quale operano i Grandi Fratelli globali, tutti peraltro made in Usa.

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