27 maggio 2020

Il Pentagono, il Covid-19 e il ritiro dall'Afghanistan

“Il Pentagono sta pianificando di convivere con il coronavirus fino al 2021 […] I responsabili della Difesa hanno prolungato il blocco del movimento delle truppe, hanno mantenuto le navi nei ​​porti e posto le basi per ciò che  appare una lunga pausa delle attività militari a causa della pandemia di COVID-19”. Così The Hill dà notizia di un recente promemoria trapelato dalle segrete stanze del Pentagono.

Insomma, la Difesa americana si mette in pausa, anche se certo non prevede un ritiro dei presidi militari Usa stanziati nel mondo, né un abbandono dei mari da parte della U.S. Navy o dei cieli da parte della U.S. Air Force.

Semplicemente intende attenersi a una mobilità ritenuta ordinaria e/o indispensabile e non vuole nuove esercitazioni. Probabile che in questa decisione abbiano pesato i casi di coronavirus registrati tra i militari.

Clamorosa la vicenda della portaerei Theodore Roosevelt (InsideOver), colpita dall’epidemia mentre incrociava nel Pacifico. Il capitano Brett Crozier aveva prontamente dato l’allarme e diramato una richiesta di aiuto, suscitando le ire dei suoi superiori per la mancanza di riservatezza (alcuni marinai sono morti, lui è stato prima allontanato, poi reintegrato nel servizio).

Ma non è stato un caso isolato: anche la portaerei Ronald Reagan ha registrato contagi, con conseguenti disagi, mentre sul Military Times del 20 aprile si poteva leggere che “la diffusione del coronavirus tra le truppe continua senza sosta”.

I tempi del coronavirus

Al di là degli interna corporis dell’esercito statunitense, colpisce che il Pentagono, in genere ben informato, preveda che l’emergenza coronavirus durerà fino all’estate del prossimo anno, come se non credesse molto nell’esito positivo della corsa al vaccino e alle terapie contro il morbo.

In realtà, dilata semplicemente una previsione non irenica, che vede la ricerca per un vaccino efficace concretizzarsi presumibilmente nell’autunno prossimo. Passo che però rappresenta solo la prima fase della lotta: seguirà, infatti, la produzione del vaccino stesso e la sua somministrazione alla popolazione, due fasi che ovviamente richiederanno tempo.

Una previsione ottimistica indica che la distribuzione del vaccino potrebbe iniziare in autunno, anzitutto a medici e forse soggetti a rischio, per passare successivamente ai cittadini. Il rischio per tanti di passare un altro inverno, o parte di esso, insieme al coronavirus non può dunque essere escluso.

Evidentemente al Pentagono sono convinti che sia questo il caso, da cui la necessità di tutelare i propri fantaccini e le propria macchina bellica, che costa non poco.

Pentagono contro Trump?

Secondo The Hill il documento riservato del Pentagono potrebbe suscitare le ire di Trump, che invece effonde proclami tranquillizzanti agli americani.

In realtà, non sembra il caso: Trump fa il suo lavoro, che è quello di tentare di non far dilagare il panico. E così fan tutti (i capi di governo di questo mondo).

Certo, compie tale mission alla sua maniera, dando fondo alla sua vocazione commerciale e vendendo il prodotto “tranquillità” in maniera a volte immaginifica se non immaginaria. Ma ha anche dimostrato di sapersi districare tra le sue tante contraddizioni.

In realtà, al di là dell’eventuale fastidio per il dissenso manifesto col Pentagono, che già in passato ha silenziosamente seguito vie diverse da quelle indicate dal Presidente, è più che probabile che a Trump non dispiaccia che le pistole tornino provvisoriamente nelle fondine.

Se è sua abitudine usare una retorica infiammata ed esibire i muscoli, non ama sparare, a differenza di tanti suoi predecessori considerati più pacifici. D’altronde ha promesso di porre fine alla guerra infinita e finora non ha smentito tale promessa, nonostante nefaste sbandate.

Il ritiro dall’Afghanistan

A conferma di ciò, un articolo del New York Times di cui riportiamo il significativo titolo: “Trump vuole a casa le truppe inviate in Afghanistan entro il giorno delle elezioni. Il Pentagono sta elaborando piani”.

La lunga guerra afghana, la cui inutilità è evidente anche al Pentagono (vedi inchiesta del Washington Post), potrebbe davvero chiudersi entro novembre. Un atto simbolico, certo, dato il multiforme impegno bellico americano nel mondo, ma anche i simboli hanno la loro importanza.

Per questo lo storico accordo siglato a febbraio dagli americani con i talebani, che preludeva appunto a un disimpegno Usa dal Paese.

Per inciso, anche l’Iran sta parlando con i talebani, sempre in tale prospettiva (Tansim), dato che anche Teheran vuole gli Usa fuori dal Paese confinante; ciò dà vita a convergenze segrete e ovviamente negate per preservare forme e divergenze (complicazioni della geopolitica).

Vedremo se Trump riuscirà almeno in questo: la nuova insorgenza del Terrore dell’Isis in Afghanistan e l’opposizione neocon a concedere anche questo ritiro esclusivamente simbolico non aiutano. Se riuscirà, avrà fatto almeno un passo nella direzione indicata in campagna elettorale. È poco, ma non è zero.

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