25 maggio 2020

Il processo a Netanyahu e l'annessione della Palestina

Inizia il processo contro Netanayhu, mai un primo ministro israeliano aveva conosciuto l’onta di andare alla sbarra. Un rovescio simbolico quanto si vuole, dato che nel breve non scalfisce il suo potere, ma che rivela l’esistenza di un contro-potere che non accetta la pretesa del premier di far coincidere il suo destino personale con quello del Paese.

Tanto che Netanyahu ha tentato in tutti i modi di evitare la gogna disertando l’aula, ma alla fine ha dovuto piegarsi: un’ulteriore sconfitta che segnala la determinazione della magistratura.

Netanyahu, Gantz e le prospettive del compromesso

Scontro ad altissimo livello, con Netanyahu che ha usato la tribuna processuale per rinnovare le sue accuse a magistratura e media, con attacchi a rischio, secondo Haaretz, come denota l’articolo dal titolo: “L’istigazione di Netanyahu contro gli inquirenti potrebbe finire nel sangue”.

Il potente che ha ridimensionato e riassorbito tutte le opposizioni, interne ed esterne, questo il grande “talento” di Netanyahu (Yedoth Ahronot), si trova così di fronte a un avversario irriducibile.

L’incidente di percorso giunge nel momento in cui forse il potere del premier ha raggiunto l’apice, essendo egli riuscito ad aver ragione, dopo ben tre elezioni, del più insidioso avversario che ha incontrato sul suo cammino politico, Benny Gantz.

Di interesse, sul punto, l’articolo di Ynet citato, perché spiega come Netanyahu stia tentando di fare con Gantz quel che ha sempre fatto con i suoi antagonisti (veri o percepiti che fossero).

Così se quest’ultimo ha accettato di dar vita a un governo di unità nazionale nell’ipotesi di realizzare un compromesso reale, rischia però di finire triturato come altri prima di lui dalla ragnatela del premier: blandito, valorizzato e poi rigurgitato nella pattumiera della storia dopo aver adempiuto la funzione di stampella di Netanyahu ed esaurito le sue potenzialità politiche.

La scommessa di Gantz è dunque ad alto rischio e non si gioca tanto sulla gestione del potere, cioè sul fatto che tra 18 mesi Netanyahu dovrebbe cedergli la premiership del Paese, ma sulle prospettive del governo di cui è partecipe.

Lo spiega bene Ynet: “Gantz non sta lì per l’accordo di rotazione con Netanyahu, ma per prevenire o almeno moderare i suoi piani di annessione, impedire il deterioramento del sistema giudiziario, moderare la deriva religiosa del sistema educativo e della cultura – ed è sull’adempimento di tali compiti che sarà giudicato”.

Dall’annessione de facto quella formale 

Tra le tematiche elencate dall’articolo di Ynet, quella di più bruciante attualità è certo l’annessione della Cisgiordania, che dovrebbe essere messa ai voti alla Knesset (il parlamento israeliano) a giugno.

Hagai El-Ad, direttore di B’Tselem, su Haaretz sostiene che tale passo è solo la formalizzazione di quanto è già nei fatti. Infatti, “Israele ha già il pieno controllo di tutto il territorio (palestinese); centinaia di migliaia di coloni ebrei godono degli stessi diritti civili dei cittadini ebrei che vivono all’interno della Linea Verde; infine, Israele può contare sull’Autorità palestinese, che gli risparmia la necessità di gestire direttamente molti aspetti della vita dei palestinesi che Israele preferirebbe non affrontare, sicuramente non certo destinando a tale scopo parte del proprio bilancio”.

“Gli israeliani – prosegue El-Ad – non hanno bisogno dell’annessione per continuare a sviluppare con successo, e a costo zero, il proprio progetto sulle spalle dei palestinesi. Né i palestinesi hanno bisogno di un’annessione formale per capire l’intenzione a lungo termine di Israele: Israele ha già fatto ciò che gli è piaciuto di loro e delle loro terre senza alcuna annessione formale, e i palestinesi hanno già capito che Israele non ha intenzione di andarsene né ha intenzione di dare loro diritti o libertà o autodeterminazione o uguaglianza civile”.

Tale situazione è stata a lungo accettata dalla maggior parte degli israeliani, non solo di destra, ma anche di centrosinistra, secondo El-Ad, dato che quest’ultima ha evitato di contestare veramente le colonie, limitandosi a mettere in evidenza la loro natura “temporanea” in attesa di un futuro Stato palestinese.

Tale negazione, sempre secondo il direttore di B’Tselem, ha garantito un’annessione a “costo zero”, che ha permesso di presentare Israele come uno stato “democratico” e di evitare reazioni internazionali.

Data la situazione, El-Ad si interroga sul perché il premier voglia compiere tale passo. Egli, secondo il direttore di B’Tselem, cercherebbe semplicemente di dare all’annessione de facto il crisma dell’ufficialità, ponendo fine al dibattito interno e internazionale sul tema. In una parola, vuole quel “consenso” sull’annessione che oggi manca.

Reprimenda dura e forse estrema quella di El-Ad, anche contro la sinistra israeliana, che però interpella su un passaggio che ad oggi appare inevitabile, dato che non si comprende chi possa impedirlo.

Se è vero che l’iniziativa non gode di consenso internazionale, difficilmente incontrerà una reazione che non sia meramente verbale e sostenibile nel breve, contando il premier su un suo attutimento nel futuro (in ogni caso il futuro non sarà un problema suo: egli opera per sé stesso, non per la storia).

Eppure l’iniziativa avrà sicuramente un effetto lacerante sulla sinistra israeliana e soprattutto sulla comunità ebraica statunitense, l’unica avversione che Netanyahu teme perché potrebbe costargli l’America. Per questo ha cercato e ottenuto appoggio degli evangelical (Haaretz), sostenitori ai quali peraltro Trump non può rinunciare.

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