23 maggio 2020

La cyberguerra Iran-Israele e i missili che cambiano rotta

È iniziata una sorta di cyber-guerra tra Israele e Iran, o almeno così spiegano i media israeliani, che hanno enfatizzato l’attacco informatico al porto di Bandar Abbas, elogiando l’operazione che sarebbe stata portata in reazione a un analogo attacco iraniano contro un impianto idrico israeliano.

Al di là della credibilità della spiegazione, davvero difficile immaginare che Teheran scelga come campo di battaglia quello informatico, dove Israele ha quasi il primato globale (la cybersecurity di Tel Aviv è richiesta in tutto il mondo), appare significativo uno dei tanti articoli dedicato all’accaduto.

Si tratta di un articolo di Yedioth Ahronot, nel quale si racconta di una serie di azioni-reazioni tra Tel Aviv e Teheran, cui il cronista fornisce una sua interpretazione allargandola al rapporto Usa-Israele.

Tra le diverse operazioni di questa guerra segreta l’articolo annota questa: “si potrebbe anche aggiungere alla lista degli eventi quanto accaduto il ​​10 maggio, quando un missile iraniano ha deviato dal suo corso e ha colpito una nave iraniana nel corso di un’esercitazione navale, uccidendo 19 marinai”.

Quanto raccontato è un evento ufficialmente classificato come incidente, considerato ferale dalle autorità iraniane, dato il numero di morti. Colpisce il modo col quale viene riferito, come se quella deviazione catastrofica non sia affatto naturale, ma provocata.

Tanto che, in conclusione dell’articolo, nel descrivere scenari bellici futuri, il cronista annota: “Ecco come apparirà la prossima guerra: porti paralizzati, missili che deviano dal percorso previsto e collasso delle reti elettriche e della comunicazione”.

Cresce così l’impressione che secondo l’autore dell’articolo, evidentemente ben informato, l’incidente occorso alla marina iraniana non sia stato affatto tale.

Se quanto riferito dal giornale israeliano è vero, va da sé che Israele non avrebbe alcun interesse a rivendicare il merito dell’azione, dato che potrebbe attirare riprovazione internazionale – in quanto ha provocato vittime innocenti – e soprattutto perché equivarrebbe a un’azione di guerra, una guerra aperta che nessuno in Medio oriente, almeno al momento, vuole.

Per parte sua Teheran, anche se avesse constatato l’avvenuto hackeraggio del suo missile, non avrebbe alcun interesse a renderlo pubblico. Da una parte sarebbe costretta a una reazione forte, con il rischio guerra di cui sopra, dall’altra dovrebbe ammettere che le sue difese sono a rischio infiltrazione, disvelando una debolezza del suo sistema di sicurezza che invece ostenta come formidabile (ciò serve a fini interni, per evitare il dilagare dell’insicurezza e dell’instabilità conseguente, come anche a indurre i nemici a evitare guerre aperte).

Così non sapremo mai se davvero Israele ha compiuto quell’operazione. E però l’articolo svela che queste azioni sono più che possibili, come d’altronde è alquanto intuitivo.

Nel raccontare l’incidente occorso il 10 maggio alla marina iraniana, un articolo di Repubblica iniziava così: “Ancora un grave incidente per i militari iraniani. Dopo l’abbattimento per errore a gennaio di un aereo di linea che decollava da Teheran (176 morti), domenica la marina iraniana ha colpito e affondato una sua nave-supporto durante un’esercitazione”

Un collegamento che, infatti, viene ovvio a chi segue la geopolitica del Medio oriente. Ma se vero quanto svelato da Yedioth Aronoth, la domanda si pone anche sull’incidente di allora, ancora inspiegato e inspiegabile.

Allora si era dopo l’omicidio del Comandante della Guardia repubblicana Qasem Soleimani e l’Iran aveva promesso una risposta adeguata agli Stati Uniti per l’assassinio del loro generale.

Una salva di missili furono sparati dall’Iran contro una base americana. Nella temperie, una batteria missilistica posta a difesa dell’aeroporto di Teheran abbatté un aereo di linea appena decollato. Un incidente, appunto.

In realtà la dinamica rimase alquanto inspiegata: l’operatore disse che il radar avrebbe mostrato un missile ostile in arrivo, da cui la necessità di difendere l’aeroporto (peraltro l’aereo partiva da Teheran, non vi arrivava).

La Guardia repubblicana parlò allora della possibilità di un hackeraggio del sistema difensivo dell’aeroporto. Ipotesi rilanciata e spiegata nel dettaglio dall’ex analista della Cia, Philip Giraldi, in un articolo dell’American Herald Tribune.

Tra le altre cose, Giraldi riprendeva questa annotazione del Guardian: gli “Stati Uniti hanno da tempo sviluppato sistemi che possono alterare a distanza l’elettronica e il targeting dei missili a disposizione dell’Iran”.

L’articolo di Yedioth Ahronot rafforza l’ipotesi avanzata allora da Giraldi, che però, ovviamente, tale resta. Come restano le tante e inquietanti domande che pongono le nuove potenzialità tecnologiche esposte nell’articolo.

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