18 maggio 2020

Inciampi israeliani sulla via della seta

La guerra scatenata dagli Stati Uniti contro la Cina si intensifica e trova un nuovo e inatteso campo di battaglia: Israele. Nella sua recente visita in Israele il Segretario di Stato americano (giunto a esprimere il sostegno Usa al nuovo governo Netanyahu) ha esortato Tel Aviv a evitare di intrattenere rapporti troppo stretti con Pechino.

Nell’occasione Mike Pompeo ha ribadito le usuali accuse contro la Cina per il Covid-19, invitando l’alleato mediorientale a non far affari con Pechino, perché avrebbero come effetto una dipendenza di Tel Avivi da Pechino.

In effetti, negli ultimi anni la Cina ha rafforzato gli scambi commerciali con Israele, includendo anche Tel Aviv nella nuova Via della Seta. Uno sviluppo apparentemente in contrasto con la geopolitica del Medio oriente, dato che la Cina ha rapporti fecondi con l’Iran, considerato irriducibile antagonista da Tel Aviv  (China Goabroad).

Ma, appunto, si tratta di un contrasto solo apparente, dato che la Cina intende sviluppare la sua rete diplomatico-commerciale globale bypassando le conflittualità locali e ponendosi come superpotenza super partes, almeno laddove non siano toccati i propri interessi.

La partnership con Israele ha irritato non poco gli Usa, da cui la reprimenda di Pompeo. Una controversia che ha trovato un focus simbolico e che si è tinta di giallo.

Questione di sale

Al centro della controversia è finito l’impianto di desalinizzazione “Sorek B” che, scrive Axios, “dovrebbe essere il più grande impianto di desalinizzazione al mondo, dato che dovrebbe produrre 200 milioni di metri cubi di acqua ogni anno – un quarto dell’acqua che Israele utilizza ogni anno”.

Un impianto che è stato aggiudicato alla “Hutchison Israel”, filiale locale della Hutchison Water International, società cinese con sede a Hong Kong.

Un’aggiudicazione che ha duplice importanza: sdoganerebbe in via definitiva la possibilità dei cinesi di far affari in Israele (la fornitura di un servizio più che essenziale apre prospettive); in più Israele costituirebbe una vetrina perfetta per la ditta cinese, alla quale si aprirebbero così nuove vie commerciali nel mondo.

Un’importanza che non è sfuggita a Washington, come riferisce la nota di Axios citata, che ha tentato di vanificare l’affare, che peraltro aveva suscitato allarme anche nella Sicurezza israeliana, che aveva paventato intromissioni in siti sensibili (Timesofisrael).

L’intemerata di Pompeo a Tel Aviv ha trovato una pronta replica da parte dell’ambasciata cinese in Israele, che in una nota ha ribadito l’infondatezza delle accuse Usa sul coronavirus e ha invitato Israele a preservare le relazioni commerciali con Pechino, che, peraltro, non rappresentano che 0.4% degli investimenti cinesi nel mondo.

“Confidiamo che gli amici ebrei – conclude la nota – siano in grado di sconfiggere non solo il coronavirus, ma anche il ‘virus politico’ [riferimento alla propaganda anti-cinese, ndr.] e di scegliere la linea di azione che meglio soddisfa i loro interessi” (Haaretz).

La morte improvvisa dell’ambasciatore

Dopo la nota, il giallo: ieri mattina l’ambasciatore cinese in Israele, Du Wei, è stato trovato morto nella sua abitazione. Probabile causa della morte un malore, come da dichiarazioni del ministero degli Esteri cinese, anche se evidentemente altre causali, pur se taciute, sono state prese in considerazione sia a Tel Aviv sia a Pechino.

Lo conferma il fatto che la polizia israeliana è andata sul posto, ispezione che, seppure giustificata come normale procedura, così nella nota ufficiale della polizia riferita da Tansim, appare incongrua, dato che nei malori in genere intervengono i  medici.

E lo conferma l’invio da parte di Pechino di una squadra di investigatori con il compito far luce sulla morte improvvisa, mossa anche qui forse dettata dalla procedura, ma che appare alquanto desueta, e che probabilmente serve anche a dissipare eventuali malumori all’interno del composito ambito diplomatico cinese.

Al di là del giallo, destinato a chiudersi come si è aperto, cioè acclarando le cause naturali del decesso, resta che la ferma opposizione Usa al progetto cinese sembra aver fatto breccia nelle autorità israeliane.

The Hill riferisce che Netanyahu, chiamato a ratificare l’aggiudicazione della gara per l’impianto di desalinizzazione in favore della ditta cinese, ha rimandato l’atto formale, con mossa che appare un ripensamento.

Piccolo episodio in sé, ma emblematico, quello della Hutchison Water International: sia The Hill sia il South China Morning Post (succitati) spiegano come ormai  lo scontro epocale Usa-Cina abbia investito anche Israele. Il degrado dei rapporti tra le due grandi potenze rischia cioè di porre a Tel Aviv il dilemma che finora aveva deciso di non affrontare, cioè da che parte stare.

In realtà, a Tel Aviv non può che convenire tenere in piedi la partnership con la Cina, dati gli indubbi vantaggi economici per i suoi cittadini. Ma il clima da Guerra Fredda porta il gelo anche nei Paesi più temperati.

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