14 maggio 2020

Israele, la Cisgiordania e la fine dell'umanità

Israele ha un nuovo governo, dopo tre elezioni a vuoto. E il Segretario di Stato americano Mike Pompeo si precipita a benedirlo nel giorno del suo insediamento.

Il governo di unità nazionale guidato dal sempiterno Netanyahu nasce grazie all’apporto del suo rivale Benny Gantz, il quale ha reputato che un governo di compromesso in questo momento di emergenza coronavirus era l’unica opzione percorribile.

La paura e la speranza

Netanyahu è riuscito nella mission impossible di resistere ai suoi avversari, che per un anno lo hanno costretto in un angolo fino a quasi estrometterlo dal potere. Un impossibile diventato possibile quando il flagello del virus ha colpito Israele, crisi che ha rilanciato le sue indiscutibili doti di leadership, riconosciute anche dai suoi avversari, che anzi proprio tali doti temono perché ne abuserebbe nella gestione del potere.

Peraltro i suoi avversari avevano capito che la paura provocata dal coronavirus lo avrebbe favorito, tanto che Haaretz titolava così un pezzo di Amos Harel: “Man mano che si allunga l’elenco dei fallimenti sul coronavirus, Netanyahu torna al suo elemento: la paura”.

Sempre su Haaretz, stavolta in un articolo a firma Chemi Shalev, si poteva leggere che il premier israeliano ha “capitalizzato la paura” del coronavirus per “consolidare la sua presa autoritaria del potere”.

In effetti, Netanyahu si è sempre presentato agli israeliani come l’unico leader politico capace di garantire la sicurezza del Paese, l’unico in grado di contrastare con successo la paura. Sotto questo profilo, l’emergenza coronavirus gli ha offerto un’opportunità per dimostrare ulteriormente tale dote.

E se al Paese è apparso rassicurante, ha sempre tenuto ben presente l’elemento paura. E lo ha in qualche modo alimentato, come da accuse dei suoi antagonisti.

La fine dell’umanità

Da questo punto di vista desta interesse la rivelazione di Timesofisrael, secondo il quale il premier israeliano, parlando del coronavirus in una riunione riservata, avrebbe espresso una profonda preoccupazione per le notizie di una possibile recidività della patologia.

Se davvero i pazienti guariti possono ammalarsi nuovamente, il virus “potrebbe portare alla fine dell’umanità”, avrebbe detto. Una confidenza fatta a porte chiuse e mai riportata in pubblico, ma Timesofisrael sembra ritenerla veritiera, dato che il premier israeliano più volte in discorsi pubblici ha espresso la sua preoccupazione su un’eventuale recidività della malattia.

L’ultima volta durante la videoconferenza con il cancelliere austriaco Sebastian Kurz del 24 aprile, quando Netanyahu ha detto al suo interlocutore: “La domanda più importante che ho è: ‘ci sono casi di reinfezione?'”.

Preoccupazione reale o strumentale che sia, resta il fatto che la paura ha consolidato il mito di Netanyahu come “mister sicurezza”, aiutandolo a vincere la partita.

E in parallelo con i successi politici, cioè l’accordo con Gantz, ha inanellato una serie di successi sul campo del contrasto alla pandemia. E ora che il governo è fatto, dopo tante lotte, può guardare al suo futuro politico in tutt’altra prospettiva.

Resta da capire come evolverà il suo rapporto con i suoi alleati di governo, dal quale lo separa una prospettiva di fondo. Gantz, infatti, aveva iniziato la sua avventura politica nel segno della speranza, parola che ha voluto mettere come incipit al suo primo intervento pubblico.

Potrebbe aver ammainato quella bandiera, arrendendosi alla paura, o potrebbe aver accantonato quella prospettiva per un più prosaico, quanto costretto, realismo politico. Solo il tempo lo dirà.

Prima pietra d’inciampo sulla quale sarà possibile verificare la fedeltà ai suoi proponimenti è l’annessione della Cisgiordania, che la Knesset dovrebbe votare a luglio.  Netanyahu vorrebbe procedere senza alcuna interlocuzione, Gantz, invece, ha più volte affermato che vorrebbe un accordo con la comunità internazionale.

La visita di Pompeo e la Camera dei Lord

Sarà importante a questo proposito la posizione americana, da cui l’importanza della visita di Pompeo. Se da una parte l’America ha dichiarato la sua contrarietà a un’annessione unilaterale, dall’altra la presidenza Trump ritiene di aver maledettamente bisogno dell’appoggio di Netanyahu per le presidenziali prossime venture.

Per questo Pompeo si è precipitato a benedire il suo nuovo governo, volendo partecipare addirittura del suo insediamento, momento profondamente rappresentativo.

E per questo alle dichiarazioni improntate alla prudenza sull’annessione unilaterale trapelate in questi mesi dall’amministrazione Trump, nella sua visita israeliana Pompeo ha preferito l’ambiguità.

Se da una parte ha espresso la sua soddisfazione per aver raggiunto un’intesa che avrebbe portato i due Paesi a lavorare “insieme” sull’iniziativa, dall’altra ha dichiarato che “il governo israeliano ha ‘il diritto e l’obbligo’ di decidere se e come vuole applicare la sua sovranità sulla Cisgiordania” (Timesofisrael). Formula che lascia pochi margini all’interpretazione.

L’Unione europea ha già espresso la sua contrarietà. Non conta nulla, così è stata ridotta dall’egemonia tedesca (gigante economico, ma nano politico), ma offre sponde agli ambiti ebraici che si oppongono all’ipotesi di Netanyahu.

Più significativa la presa di posizione della Camera dei Lord, che ha raccomandato a Londra di recedere dai suoi rapporti economici con Tel Aivv in caso essa proceda in maniera unilaterale (Haaretz).

Pronunciamento importante perché di alto livello simbolico, dato che fu in Gran Bretagna che per la prima volta si concretizzò l’idea della nascita di uno Stato per gli ebrei. Futuro incerto, ad oggi c’è solo una certezza: Netanyahu è tornato.

 

 

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