11 maggio 2020

Coronavirus: le scoperte dei medici e l'inner circle mediatico

Storia incresciosa quella che ha visto protagonista suo malgrado il dottor Giuseppe De Donno, pneumologo dell’ospedale Carlo Poma di Mantova, che aveva pubblicizzato la sperimentazione congiunta con il Policlinico San Matteo di Pavia sul coronavirus.

Il povero dottore aveva reso pubblico il risultato delle terapie condivise con altri colleghi, che provavano che il plasma dei pazienti guariti aveva una buona efficacia sugli ammalati.

Contro il pneumologo è insorta la comunità dei virologi e il suo laboratorio ha subito anche un’ispezione dei Nas. Un caso che aveva fatto discutere, che si è concluso con la decisione del De Donno di ritirarsi nel silenzio.

Non si è compresa bene la levata di scudi dei virologi ufficiali, visto che alcune delle obiezioni mosse erano del tutto infondate: la terapia costerebbe troppo, cosa non vera dato che costa tra gli 80 e i 170 euro, costo compatibile o inferiore ad altre terapie, come specificato anche dal De Donno; e sarebbe a rischio di trasmettere ai pazienti malattie altrui, rischio che c’è in tutte le trasfusioni e che, come per le normali trasfusioni, può essere superato agevolmente.

Peraltro, la cura pubblicizzata dal dottor De Donno non è caduta dal cielo, è una terapia ampiamente usata per altre infezioni virali e, nel caso del coronavirus, è  stata applicata su ampia scala, fin dallo scorso marzo, in Cina, con certa efficacia, particolare che la comunità dei virologi non poteva non sapere (Xinhua).

Il virus e la virulenza mediatica

La stessa comunità, in particolare lo showman Burioni, aveva già massacrato l’asserita “bufala” (vedi titolo del Tempo) di un cardiologo di Pavia (sempre Pavia…), che ha invitato i colleghi a usare i fluidificanti del sangue, dato che nel suo lavoro aveva riscontrato, come altri, che tante morti da coronavirus sono causate da coaguli del sangue.

Bizzarro che poi il fluidificante per il sangue, nel caso specifico l’eparina, sia stato accolto dall’Aifa, l’agenzia italiana per il farmaco, per trattare i malati di Covid-19  (sul punto si possono segnalare anche autorevoli studi americani, riportati dal Washington Post del 7 maggio).

Non solo, certa reazione indignata via etere aveva suscitato un povero medico di Napoli che aveva indicato un farmaco contro l’artrite remautoide come terapia di qualche efficacia per i pazienti in terapia intensiva. Inutile aggiungere che anche tale farmaco è stato poi adottato nelle terapie, con esiti positivi.

Non si tratta certo di terapie definitive contro il coronavirus, ma interpella il fatto che ogni volta che qualcuno dei medici che operano sul campo, cioè al di fuori dell’inner circle della comunità virologica-mediatica, ha indicato sperimentazioni che si sono dimostrate poi di qualche efficacia, tale comunità abbia reagito in maniera virulenta (a proposito di virus).

Il caso De Donno appare poi del tutto incongruo, data la violenza che ha attirato la sua sperimentazione. Certo, la terapia ha limiti, come la compatibilità del sangue e altro, ma anche molte potenzialità.

In un momento di incertezza e di confusione, alla quale l’inner circle della comunità virologica-mediatica non appare purtroppo alieno, sarebbe stata più appropriata la cautela del caso, cioè una risposta attendista, con prudente attesa delle verifiche del caso.

Non riteniamo che dietro certe reazioni ci siano interessi inconfessabili, ma, certo, interpellano e forse dovrebbero interpellare anche quei conduttori che hanno eletto tale comunità a Guru del coronavirus

Domande indiscrete

E forse tali conduttori potrebbero porre anche un’altra domanda ad alcuni dei loro ospiti, pur se indiscreta e con sicura risposta negativa: sapevano della decisione della Regione Lombardia di inviare i malati di Covid-19 nelle Rsa, risultata tanto disastrosa?

Una domanda che ci pare ovvia, dato che alcuni degli esponenti dell’inner circle virologico-mediatico in questione operano in Lombardia, anzi sono esponenti di spicco della comunità medico-scientifica della Regione, o almeno così sono presentati.

Dato che nelle comunità scientifiche le informazioni hanno certa circolazione, potrebbero infatti esser venuti a conoscenza della decisione riguardante le Rsa in tempi non sospetti (sottolineiamo ovviamente il condizionale).

Nel caso di una risposta affermativa riguardo la conoscenza di tale notizia (criminis), a oggi certo improbabile, evidentemente devono averla giudicata di scarso interesse, dato che nessuno di loro ha denunciato sui media l’errore di valutazione, emerso solo successivamente per altre vie, a danno ormai fatto.

Si parla di eventualità, ovvio, ma porre la questione riteniamo sarebbe esercizio doveroso, ancorché appaia ovvio che la nostra curiosità sia destinata a rimanere inevasa.

Segnaliamo come nota a margine che sull’errore di valutazione riguardo le Rsa incombe un interrogativo enorme, dato si sapeva perfettamente, e già a gennaio, che i soggetti anziani sono molto più a rischio di altri. Tragico errore, le cui responsabilità resteranno presumibilmente ignote.

Tanta confusione in questa crisi, alla quale certe intemperanze mediatiche non hanno giovato. Come nel caso del povero De Donno, il cui comunicato conclusivo, come rilevato in una nota ripresa da Dagospia, riecheggia i video dei prigionieri dell’Isis

 

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