8 maggio 2020

La telefonata Trump-Putin e il colpo ferale a Biden

Trump ha telefonato a Putin In occasione del 75° anniversario della vittoria sul nazismo. Una conversazione telefonica altamente simbolica, dati i tempi, nella quale i due presidenti, ricordando l’alleanza stabilita allora contro Hitler, hanno convenuto sulla necessità di riannodare i fili di quella cooperazione per il  “mantenimento della stabilità strategica, la lotta al terrorismo, la risoluzione dei conflitti regionali e il controllo dell’epidemia” (1).

Sull’ultimo punto, Trump ha offerto aiuti alla Russia, gesto più simbolico che altro, dato il disastro che deve affrontare a casa: 75mila i morti finora, un’ecatombe che  mette in evidenza le carenze strutturali della sanità (e della società) della Superpotenza mondiale, che forse dovrebbe investire più nel benessere dei suoi cittadini e meno nel settore militare, come suggerisce un bell’articolo di The Hill.

Il Russiagate e la stabilità strategica globale

La telefonata mostra che il presidente americano si sente più sicuro di tentare un contatto con il suo omologo russo, ora che del Russiagate non restano che macerie, peraltro pericolose per quanti l’hanno prodotto, dato che iniziano a emergere evidenti manipolazioni nelle indagini.

È il caso di Michael Flynn, nominato consigliere per la sicurezza nazionale da Trump al suo insediamento e subito dimissionario a causa dello scandalo.

Scelto da Trump per dar corpo a quanto promesso in campagna elettorale, cioè dar vita a un più fecondo rapporto con Mosca, Flynn fu subito abbattuto dagli avversari di tale indirizzo politico.

Proprio prove documentali di manipolazioni in danno di Flynn hanno convinto il ministro della Giustizia Usa William Barr a chiudere il procedimento che lo vedeva accusato, mossa che ha scatenato le ire dei democratici.

L’iniziativa di Barr, lodata da Trump, è avvenuta, e non certo a caso, alla vigilia di questa nuova telefonata tra il presidente americano e quello russo, nella quale, peraltro, si è riparlato della querelle petrolio, cioè della stabilizzazione del prezzo del greggio avvenuta grazie all’accordo raggiunto tra Mosca e Ryad su sollecitazione di Trump (Piccolenote).

La telefonata segnala anche lo smarcamento del presidente Usa dai neocon, che hanno in Putin un target permanente. Ma è significativo anche il cenno sull’importanza di una convergenza dei due Paesi in prospettiva della “stabilità strategica” globale.

Se da una parte va certo inteso come un rilancio della prospettiva di un accordo sulle armi nucleari e quanto altro, dall’altra, dato che la stabilità globale non può escludere la Cina,  rafforza l’ipotesi che la crociata anti-cinese di Trump, come già accennato in altra nota, non vada intesa in senso esistenziale.

Trump non vuole una guerra con la Cina, anche se ha scelto o è costretto allo scontro alzo zero con Pechino (che durerà almeno fino alle elezioni presidenziali, dato che paga nei sondaggi, come scrive il Washington Examiner). E ha chiesto a Putin di aiutarlo a evitare che tale scontro precipiti in un’escalation (sembra assurdo, ma la politica a volte è complicata…).

Biden vacilla

Da segnalare un altro snodo cruciale delle presidenziali Usa, stavolta nel campo avverso, dove la candidatura di Joe Biden vacilla sotto i colpi dello scandalo sessuale di cui è accusato dalla sua ex collaboratrice Tara Reade.

The Tribune pubblica un documento esplosivo: nel 1996, in una causa di divorzio, la Reade produsse una dichiarazione nella quale affermava di subire continue molestie sessuali nell’ambito lavorativo, che allora era appunto lo staff di Biden.

Il documento riferisce di molestie generiche, non accusa espressamente l’ex vicepresidente di Obama, ma la coincidenza temporale sembra rafforzare le sue accuse.

Non solo, ieri la Reade ha chiesto pubblicamente a Biden di ritirare la sua candidatura, innalzando il livello dello scontro e rendendolo esplicitamente politico. Biden resiste e risponde puntualmente, ma sta rischiando grosso.

Resta da vedere se ciò per Trump sia una notizia buona o meno, dato che l’establishement democratico, che da qualche tempo, grazie alla pandemia che ha investito l’America, intravede un’insperata vittoria, immagina di sostituirle Biden con un candidato più consono ai suoi desiderata.

Nonostante Biden sia accreditato da sondaggi in ascesa, Trump lo ha in qualche modo “scelto” come suo competitor (Piccolenote), immaginando di poterlo devastare nei confronti televisivi diretti e attraverso i social, data la scarsa duttilità del suo avversario.

Meno agio avrebbe forse con candidati meno compassati, ai quali probabilmente sta pensando la leadership del partito democratico.

Detto questo, non è certo che il cambio di cavallo in corsa sia necessariamente vincente, dato che la leadership democratica deve guardarsi da eventuali defezioni dell’ala progressista capeggiata da Sanders, il quale ha dato il suo appoggio a Biden, ma potrebbe tirarsi indietro in caso di manovre oscure del partito.

Partita complicata che dipenderà dall’evoluzione della pandemia del Covid-19 e dalla conseguente crisi economica, che già oggi sta provocando disoccupazione massiva, cosa che certo non giova alla rielezione di Trump.

 

(1) Si riporta la sintesi della conversazione riferita dal sito ufficiale del Cremlino, dato che i media Usa hanno quasi ignorato la notizia.

 

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