5 maggio 2020

Fallita un'altra operazione coperta contro il Venezuela

Il Venezuela ha arrestato alcuni mercenari che si erano infiltrati nel suo territorio sbarcando dal mare. Una banda di circa 200 elementi, ben addestrata e altrettanto bene armata, di cui un centinaio sono stati arrestati.

Il presidente Maduro ha dato la notizia del successo conseguito dall’esercito venezuelano, elogiando un villaggio di pescatori il cui aiuto che sembra sia stato decisivo (sic).

Nell’annuncio ha dato lettura dei documenti di due componenti del commandos, identificati come due americani, i quali avevano prestato servizio nelle forze speciali dell’esercito degli Stati Uniti, servendo la patria in Iraq e Afghanistan.

Un ex berretto verde residente in Florida, Jordan Goudreau, ha rivendicato la paternità dell’operazione, spiegando che era diretta a catturare Maduro e liberare così il Venezuela.

Goudreau ha spiegato di aver agito in accordo con l’autoproclamato leader dell’opposizione Juan Guaidò. il quale a sua volta era in contatto con gli Usa, rapporti smentiti sia da Guaidò sia da Washington.

A riferire la vicenda è stata anche l’Associated Press, che ha condotto un’inchiesta sui mercenari, scoprendo che si erano addestrati in Colombia, che, accusata da Maduro di complicità, ha smentito a sua volta.

Una storia da Repubblica delle banane che indica come gli Stati Uniti non abbiano rinunciato a rovesciare il regime di Maduro, dato che è alquanto ovvio che i 200 commandos non hanno agito da soli.

E ciò nonostante che il Paese sudamericano stia soffrendo sotto i colpi delle sanzioni, non ritirate neanche durante il flagello della pandemia, delle minori entrate petrolifere, causate dal collasso del prezzo del petrolio, e ovviamente del coronavirus, che non risparmia nessuno.

Peraltro, va da sé che la spiegazione di Goudreau non sta in piedi: pensare che un commando di 200 uomini possa rapire il presidente del Venezuela, che ha un servizio di protezione imponente proprio per evitare possibili colpi di mano, è impensabile.

Ed è impensabile che uomini d’armi esperti possano avere tale impossibile obiettivo: in genere non hanno manie suicide.

La spiegazione serve solo a dare una patina ideologica, a renderla meno spregevole, almeno agli occhi dei tanti ambiti che avversano il chavismo di Maduro.

In realtà la spiegazione più logica, nonostante sia di parte, è quella che ha dato Maduro: il commandos doveva portare a segno delle operazioni volte a destabilizzare il Paese; in diritto si chiama terrorismo.

Infine, va notato che l’operazione segreta, o coperta che sia, è avvenuta mentre al largo delle coste del Venezuela batte un’imponente flotta della U.S. Navy, inviata a metà aprile ufficialmente in funzione anti-droga, in realtà per tentare qualcosa contro Caracas.

Questa anche l’opinione espressa in un editoriale del New York Times, che deplorava tale sfoggio muscolare contro il Venezuela, che l’imperversare del flagello coronavirus rende ancora più odioso.

Ipotizzare che l’azione dei commandos dovesse preparare un’operazione in grande stile da parte dell’esercito americano (e altri mercenari) è azzardato, e però a pensar male si fa peccato, ma spesso si indovina…

Una brutta pagina di politica estera per gli stranamore di Washington, che presumibilmente hanno ritenuto che l’emergenza coronavirus – contagiati, morti e quel che ne consegue – avrebbe potenziato l’effetto dell’azione destabilizzante-terroristica del commando.

E che illustra meglio di altro come la pandemia da coronavirus per alcuni ambiti rappresenta un’opportunità. E non solo nel ristretto ambito del Venezuela.

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