4 maggio 2020

Biden, il presidente dimezzato?

Un’immagine di repertorio: Barack Obama presidente, Joe Biden vicepresidente e Hillary Clinton, Segretario di Stato

Barcolla Joe Biden sotto i colpi dello scandalo a sfondo sessuale. Dopo aver a lungo ignorato le accuse di molestie mosse da una una ex collega, è stato costretto a rispondere pubblicamente, peraltro subito dopo un invito (consiglio?) di Trump.

Ha negato tutto, ovviamente, ma non ha convinto tutti. Certo scetticismo circola anche tra i democratici, in parte in buona fede, in parte no. All’interno del suo partito, infatti, la spinta a buttarlo giù dalla torre in favore di un candidato più allineato con l’establishement è forte.

Lo segnalano interventi sempre più frequenti in tal senso. The Hill riporta un articolo su un possibile cambio di guardia, reso necessario dalla debolezza del candidato.

La debolezza di Biden e il piano B

La debolezza di Biden non riguarda solo lo scandalo sessuale, destinato a durare con eventuali nuove rivelazioni, ma anche il possibile riaprirsi dell’Ucrainagate, che vede coinvolto il figlio di Biden; come, infine, la debolezza intrinseca di un candidato ultrasettantenne, che la propaganda repubblicana già bolla come preda di demenza senile.

Da qui l’ipotesi di The Hill di una nuova candidatura a presidente di Hillary Clinton, stavolta con Obama come vicepresidente.

Ipotesi irrealizzabile, come non può non sapere l’autore dell’articolo, dato che, in caso di inabilità del presidente, a prendere il suo posto sarebbe la vice, cosa che Obama non può fare dato che la Costituzione gli nega un altro mandato.

E però la suggestione del dream team vincente su Trump serve a creare una possibilità alla Clinton di candidarsi, l’unica realistica, perché solo l’appoggio di Obama le darebbe quel consenso della base democratica che le è negata dall’avversione che suscita presso i sostenitori di Bernie Sanders.

Per candidarsi, è indispensabile l’appoggio di Obama, che, se messo alle corde (ci sono molti modi), a differenza di quanto avvenne nel 2016, potrebbe anche fare il passo. A tale scopo, basterebbe che Obama si impegnasse a fondo nella campagna elettorale.

Peraltro, anche Biden aveva provato a ingaggiare Obama, chiamando Michelle come vice-presidente, con tandem vincente, ma l’ex first lady ha declinato. Probabile abbia subito pressioni in proposito: avrebbe seppellito l’ipotesi alternativa, che l’establishement del partito coltiva da tempo (almeno da quando ha spinto Michael Bloomberg a candidarsi).

L’esistenza di una spinta per un’alternativa a Biden non è solo espressa da The Hill: oggi campeggia anche sul più autorevole New York Times, grazie e un pezzo di opinione firmato da Elizabeth Bruenig dal titolo: “Democratici, è tempo di prendere in considerazione l’ipotesi B”. Il contenuto si può immaginare.

Biden barcolla, tanto che sta cercando compromessi. Da qui nasce la sua dichiarazione sul fatto che si considera un “candidato di transizione“, per portare nell’amministrazione un giovane come Pete Buttegieg, ignoto sindaco di South Bend, uscito dall’anonimato quando è stato candidato dall’establishement democratico alla presidenza (una sorta di Renzi in salsa americana).

La vicepresidente

Ma su un’ipotesi di compromesso si sta giocando anche la nomina alla vice-presidenza, particolarmente travagliata, tanto che ancora non è stato scelto nessuno, anzi nessuna, dato che Biden ha indicato la preferenza per una donna (forse avendo in mente, appunto, l’impossibile Michelle Obama).

Come spiega il New York Times, si tratta di una scelta delicata perché Biden è anziano e non correrà per la rielezione. Così la designata alla presidenza avrebbe buone chanches per presentarsi come candidata alle presidenziali del 2024.

Da qui una guerra intestina tra varie esponenti politiche che hanno già espresso la propria disponibilità. La prima a esporsi è stata l’ex candidato alla Casa Bianca Elizabeth Warren, che secondo tanti, NYT compreso, porterebbe in dote quell’elettorato progressista legato a Sanders che oggi appare indeciso sull’appoggio a Biden.

A suo sfavore gioca la campagna contro la Grande Finanza, ma potrebbe giocare anche il fatto che la sua candidatura sia stata usata, forse suo malgrado, forse no, per togliere voti a Sanders e farlo perdere contro Biden.

Enigmatico, ma non troppo, il commento a tale ipotesi di Ryan Grim su Intercept: una vicepresidenza Warren darebbe vita a una “situazione alla Dick Cheney“, cioè, come successe per Cheney con il presidente George W. Bush, sarebbe lei, nell’ombra, a muovere le fila dell’amministrazione Usa.

Ma una “situazione alla Cheney” potrebbe non essere data solo in tale ipotesi. Così Heidi Heitkamp sul NYT: “Data l’età di Joe” la vicepresidente “deve essere una persona capace di intervenire e di diventare presidente degli Stati Uniti”.

Insomma, la candidatura di Biden rischia di essere solo un fuoco di paglia, sia nel caso sia sostituito da un altro candidato, e qui l’ipotesi Clinton incombe, sia che vinca, ma non governi.

Nel secondo caso, ciò che appare è che l’establishement del partito si accinge a mettere una seria ipoteca sulla sua presidenza, sia attraverso un vice-presidente prescelto da tale ambito, sia attraverso il commissariamento di un’eventuale amministrazione Biden attraverso figure alla Buttegieg.

Sanders, e con lui Obama, che establishement non è (come anche il suo ex vice Biden), hanno pochi margini di manovra per evitare il “piano B” o il commissariamento successivo. Vedremo.

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