30 aprile 2020

Coronavirus: gli Usa e la sindrome cinese

“Trump e Biden si sono piegati alla demagogia contro la Cina”. Questo il titolo di un editoriale del Washington Post del 25 aprile.

La retorica anti-cinese dispiegata dai due candidati alla Casa Bianca, spiega l’editoriale, “è particolarmente irresponsabile, dal momento che ha preso piede nel bel mezzo della pandemia”, che invece richiede una stretta cooperazione con il Dragone, che peraltro ha inviato tonnellate di attrezzature mediche e sanitarie negli Stati Uniti.

“Trattare la Cina come un nemico rischia di avviare una disastrosa escalation delle tensioni internazionali” in un momento tanto delicato per il mondo.

Incolpare la Cina

L’editoriale del WP risulta una delle poche note ragionevoli in questa ossessione, vera e propria sindrome, volta ad addossare alla Cina le colpe del coronavirus.

Si tratta di una vera e propria campagna, come illustra un documento formulato dal Consiglio di Sicurezza nazionale dell’amministrazione Usa e rivelato dal Daily Beast.

Si tratta di un memo inviato ai vari esponenti dell’amministrazione che illustra le “linee guida alle quali i funzionari americani devono attenersi per rispondere alle domande sul coronavirus e parlare della risposta della Casa Bianca in relazione alla Cina”.

Inutile aggiungere che il memo indica che nel rispondere si devono accusare le autorità cinesi di aver insabbiato la portata dell’epidemia e di averla così diffusa nel mondo.

I Falchi in volo sul mondo

Una posizione delineata dal superfalco John Bolton nel suo primo intervento sull’epidemia, che evidentemente, nonostante sia stato allontanato dal Consiglio per la Sicurezza nazionale, continua a influenzarlo.

E continua a seminare zizzania e conflittualità nel mondo, come già ai tempi della guerra irachena, della quale fu furibondo sponsor.

Il memo dettaglia che tale messaggio deve essere contrapposto a qualsiasi critica all’amministrazione Usa.

Serve, cioè, a sviare l’attenzione della pubblica opinione dalle falle della risposta dell’amministrazione Usa al coronavirus, ed è diretto a sostenere la candidatura di Trump alle prossime presidenziali.

Alcuni esponenti dell’amministrazione Usa, interpellati in maniera anonima dal DB, hanno dichiarato: “Ci è stato detto di provare a diffondere questo messaggio in ogni modo possibile, comprese le conferenze stampa e le apparizioni televisive”.

Architetto della nuova “Guerra Fredda” Usa-Cina è il vice-presidente del Consiglio per la Sicurezza nazionale Matthew Pottinger (Us China perception monitor).

Il laboratorio di Wuhan

L’ex giornalista da tempo sostiene una linea conflittuale con la Cina e in questa sua lunga storia di ostilità c’è un particolare che colpisce più di altri: all’indomani dell’epidemia Sars, che nel 2003 fece quasi collassare la Cina, sostenne che il virus era stato creato in un laboratorio cinese (Wall Street Journal).

Tale ipotesi non ha alcun fondamento, né è mai stata riscontrata. Ma è stata riproposta pari pari per questa seconda epidemia.

Anche se l’Amministrazione Usa non l’ha sposata, la tesi che il virus sia nato nel laboratorio di Wuhan circola con insistenza sui media, accompagnando e sostenendo le accuse di insabbiamento.

Peraltro l’ipotesi del coronavirus generato in tale laboratorio vedrebbe pesanti responsabilità americane, dato che il laboratorio di Wuhan ha collaborato con l’Istituto per la Sanità e altre agenzie Usa, tanto che il Segretario Mike Pompeo ha dovuto difendere a spada tratta tale cooperazione (National Interest).

Certo, gli Usa insistono a voler indagare sul laboratorio, chiedendo a Pechino libero accesso a propri investigatori, ma anche questa è pura propaganda: sanno perfettamente che tale permesso non potrà mai essere accolto, come avverrebbe per analoga richiesta di Pechino (ad esempio di indagare sul bio-laboratorio di Fort Detrick, chiuso nel luglio scorso per problemi di sicurezza, vedi Piccolenote).

L’insistenza in tal senso serve solo a trovare il diniego cinese e quindi alimentare l’idea che abbiano qualcosa da nascondere.

Ma al di là, colpisce che quanto Pottinger tentò allora, cioè indicare un laboratorio cinese come genesi del virus, oggi che è diventato lo spin doctor principale della propaganda anti-cinese, è riproposto con forza, sebbene non in termini ufficiali, a sostegno della propaganda stessa.

Richiesta danni alla Cina

Peraltro, si sta ventilando l’ipotesi di chiedere danni alla Cina: una richiesta che, se sostenuta fino in fondo, cioè fino ad arrivare al sequestro dei beni cinesi in Occidente, avrebbe l’effetto di una guerra termonucleare. La Cina non potrebbe non reagire con tutta la sua potenza di fuoco, sia economica sia militare…

Anche per questo, e perché agli Usa serve l’aiuto della Cina, Pompeo sta frenando spinte in tal senso (Washington examiner), che però potrebbero crescere con l’aggravarsi della crisi economica, che alimenterebbe l’ipotesi di superarla derubando Pechino.

Una follia, che indica come la domanda che ultimamente viene posta sui media, se cioè usciremo migliori da questa crisi, sia fuori registro. Il problema, adesso, non è solo uscirne in qualche modo, ma anche evitare un precipitare delle relazioni internazionali a livello di rischio di un conflitto globale. C’è chi spinge in tal senso.

Ps. Peraltro dalla Cina hanno risposto che, di converso, si potrebbero chiedere danni a Washington per la recessione del 2008, iniziata negli Usa a causa dei subprime, e risultata devastante per il mondo; o per la guerra in Iraq e in Libia, o per la sindrome influenzale suina, che dagli Usa ha investito il mondo (400mila morti). Insomma, la richiesta danni alla Cina è strada sdrucciolevole.

Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedInPrint this page