29 aprile 2020

La sorte di Kim Jong-un e il momento Sarajevo

La sorte Kim Jong-un, sparito da metà aprile, è ancora un mistero. Il presidente della Corea del Nord sarebbe morto o in stato vegetativo, secondo alcune voci. Altri lo indicano nascosto in una località segreta per evitare il contagio da coronavirus.

A riferire quest’ultima possibilità è stato il bene informato Kim Yeon-chul, delegato della Corea del Sud per i rapporti con il Nord (South China Morning Post).

La sorte di Kim e le divisioni negli Usa

L’ultima ipotesi è plausibile, se si tiene conto anche dell’analoga scomparsa del suo più illustre omologo Xi Jinping, che al palesarsi dell’epidemia a Wuhan è rimasto celato al pubblico per alcuni giorni.

Ciò spiegherebbe perché Pyongyang non stia smentendo le voci: perché dovrebbe ammettere che nel Paese circola il coronavirus, cosa finora smentita, e perché sarebbe un segnale di debolezza del leader, che non avrebbe altro modo di difendersi se non con la fuga.

E però resta che anche non fugare le voci sulla morte, che una foto del leader in salute farebbe svaporare, è indice di debolezza.

E resta che la Cina ha inviato alcuni medici ad assistere Kim, che certo potrebbe spiegarsi con la necessità di aiutarlo a evitare il contagio, ma è tesi labile. Più plausibile che il presidente nordcoreano abbia bisogno di assistenza perché malato.

Insomma, il mistero resta. Sulla sua sorte si è divisa l’America. Se Trump continua a esprimere vicinanza al leader col quale sta tentando vie di pace, Lindsey Graham, repubblicano ed esponente di spicco dei neocon, si è detto sicuro che Kim è morto o gravemente disabilitato (Washington examiner). Una sorte che Graham ha auspicato, dato che libererebbe la Corea del Nord dalla dittatura.

Un altro esempio del conflitto che scuote l’amministrazione Usa e dell’isolamento di Trump riguardo alle linee essenziali della sua agenda di politica estera, osteggiata da oppositori e membri del suo stesso partito.

L’eventuale morte o inabilità di Kim non solo è una brutta tegola per Trump (vedi Piccolenote), ma mette a rischio il mondo intero.

Lo scenario Sarajevo

Van Jackson, esperto di politica estera legato al Pentagono, ha descritto uno scenario infausto (National Interest).

La fine della leadership di Kim potrebbe infatti aprire un momentum “Sarajevo”, l’assassinio che diede avvio alla Grande Guerra. Nel caso di una successione che veda una lotta interna al complesso ambito nordcoreano, dove si contrappongono falchi e colombe, potrebbero apparire “disordini interni – persino una guerra civile”, scrive Jackson.

Ciò solleverebbe “il problema della sicurezza delle armi nucleari della Corea del Nord. Se l’ordine civile dovesse crollare, le forze statunitensi in Corea del Sud e quelle sudcoreane potrebbero essere costrette a intervenire a nord della DMZ [zona demilitarizzata al confine tra le Coree, ndr.] per proteggere tali armi. Un avvicinamento degli Stati Uniti allo Yalu [fiume al confine con la Cina, ndr.] potrebbe innescare facilmente una risposta da Pechino”.

Una risposta che andrebbe inevitabilmente a intersecarsi con la conflittualità sempre più accesa tra Stati Uniti e Pechino, che ha nella contesa per il Mar cinese meridionale un punto di attrito ad alto rischio di scontro militare.

Una nuova guerra di Corea

Uno scenario da Terza guerra mondiale improbabile, che però è sicuramente allo studio sia a Pechino sia a Washington. E che ha una variabile più possibile, ma non per questo esente da rischi.

Un conflitto, più o meno acceso, per la successione vedrebbe Stati Uniti e Cina aiutare le parti contrapposte, in una conflittualità localizzata che però porrebbe nuove sfide a Pechino, con criticità crescenti se a ciò si aggiungesse una nuova fiammata di proteste anti-governative a Hong Kong.

Per Pechino sarebbe la tempesta perfetta, dato che che la vedrebbe impegnata su più fronti. Un’ondata nazionalista ad alto tasso di assertività sarebbe a questo punto inevitabile.

Ciò darebbe avvio a un conflitto con gli Usa, a bassa intensità ma ad ampio spettro, che durerebbe tempo, consegnando agli ambiti che stanno spingendo per lo scontro con Pechino una vittoria definitiva.

Si allontana la pace con gli Usa

Peraltro, tale scenario porrebbe criticità anche a Moon Jae-in, da poco riconfermato presidente della Corea del Sud, che ha fatto del dialogo con Pyongyang un pilastro della sua politica. Moon non sopravviverebbe a tale scenario.

Ma proprio la presidenza di Moon è un argine, anche se non invalicabile, al precipitare della situazione, dato che sta contrastando tali spinte e sta tentando in ogni modo di evitare di trasformare il suo Paese in un hub di una guerra per procura contro la Cina.

Come si vede, la salute di Kim non è cosa secondaria per l’equilibrio globale. Né la corsa per la sua successione, nel caso morisse.

Detto questo, anche nel caso di un cambio di guardia nel segno della continuità, come ad esempio la presidenza della sorella, Kim Yo-jong, nota per aver rappresentato il  Paese alle Olimpiadi di Seul, il dialogo con gli Stati Uniti sarebbe da ricostruire, con una perdita di tempo che ne ridurrebbe le possibilità di riuscita.

Tutto ciò spiega perché Trump stia mostrando certa apprensione per la salute di Kim. E non solo lui.

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