21 aprile 2020

Israele: l'unità nazionale e l'annessione della Cisgiordania

Dopo tre elezioni senza risultati, Israele ha un governo. Netanayhu si è alla fine accordato con il suo strenuo oppositore Benny Gantz, che per tre volte gli ha negato la vittoria. Ne è nato un governo di unità nazionale, con un accordo reso pubblico, che però resta una carta. La politica, come la vita, ha tratti imprevedibili.

Trattativa lunga quella tra i due rivali, più volte saltata. Come spiega Chemi Shalev su Haaretz, Netanyahu è stato costretto a un compromesso vero col rivale, nonostante fosse tentato da nuove elezioni, che però, più i giorni passavano, più diventavano rischiose, dato che il coronavirus e la crisi economica conseguente rischiavano di alienargli voti.

Per diciotto mesi governerà Netanyahu, che dopo, a metà legislatura, farà un passo indietro lasciando il timone a Gantz. Un caposaldo della trattativa che quest’ultimo ha portato a casa con solide rassicurazioni, vanificando, sembra, eventuali trucchi in tal senso del premier.

La nuova vita di Netanyahu

Netanyahu, scrive Shalev, guadagna una nuova legittimità politica. Infatti, le tre elezioni pregresse sono state, di fatto, un referendum contro di lui, al quale metà del Paese, come hanno dimostrato i risultati, contestava sia la corruzione – ancora aperto il processo contro di lui – sia l’erosione della democrazia israeliana.

E però, Netanyahu, che tale legittimità voleva completa, non otterrà automaticamente l’agognato scudo parlamentare contro la magistratura. Dovrà difendersi in aula, almeno sembra. E se la Corte Suprema dovesse decidere che non può governare da imputato, si andrà subito a nuove elezioni.

Per lui un mezzo scacco, ma evidentemente non poteva avere di più e conta di avere qualche carta buona per difendersi in aula.

Questo il punto più delicato dell’accordo, insieme alla composizione del governo, del quale ha dovuto cedere i ministeri più delicati ai suoi alleati: così  Gantz andrà al ministero della Difesa e Gabi Ashkenazi agli Esteri.

In tal modo si è regolata la sorte di Netanayhu e la forza dei suoi alleati nel governo, che sarà paritaria a quella del partito del premier dato che le cariche saranno equamente divise.

L’annessione

Per quanto riguarda, invece, la partita chiave della vicenda, cioè l’annessione della Cisgiordania, Netanyahu ha vinto, anzi stravinto.

Gantz, pur favorevole, aveva posto due condizioni: che avvenisse non solo in accordo con gli Usa – che tale annessione ha proposto -, ma anche con la comunità internazionale, per evitare laceranti fughe in avanti. Non solo, riteneva opportuno che essa fosse portata al voto nel Parlamento israeliano non prima delle presidenziali americane.

Invece sarà votata a luglio e senza nessun accordo con altri che non gli Usa. Certo, ai parlamentari sarà lasciata libertà di voto, ma è difficile che la proposta venga respinta, dato che a favore ci sono anche tanti membri dell’opposizione.

Così si andrà all’annessione, con tutto quel che consegue in termini di conflittualità con i palestinesi e di scontro aperto con tutti quegli ambiti nazionali e internazionali, anche ebraici, che reputano sia un tragico errore.

Da questo punto di vista, la concessione dei due ministeri chiave, Esteri e Difesa, a Gantz e Ashkenazi è anche una trappola: mira cioè a coinvolgerli in questa operazione e, se essa darà luogo all’usata macelleria, a ripartire con loro tale onere.

Il rischio stallo e la questione palestinese 

Nel suo scritto, Shalev saluta con favore l’arretramento dell’ala ultra-ortodossa, che ha avuto un ruolo chiave nei vari governi Netanyahu. Così su Haaretz: “La rivoluzione costituzionale ispirata da Netanyahu e l’usurpazione della democrazia che i moderati israeliani temono saranno per il momento accantonate”.

“L’influenza sproporzionata finora esercitata dai partiti ultra-ortodossi e dalla lobby dei coloni sarà ridotta. Il nuovo centro di potere, secondo l’accordo di coalizione, risiederà esclusivamente in Gantz e Netanyahu: i loro desideri, se mai concorderanno su qualcosa, saranno al comando del nuovo governo”.

Su quel cenno finale ritorna alla fine, spiegando che il governo paritario costruito dai due,  formato peraltro dai membri di due partiti con opposte visioni e che si odiano a vicenda, rischia di dare vita a conflitti insanabili, con lunghi momenti di stallo.

Detto questo, ad oggi c’è da affrontare il coronavirus, che sta imperversando in Israele come altrove. E per sei mesi il governo, come da intese, si concentrerà su tale emergenza.

Ciò dovrebbe rendere Tel Aviv, almeno in questo periodo, meno incline allo sfoggio muscolare proprio dei passati governi Netanyahu. Ma anche questo è da vedere, dato che, all’opposto, finora, nel tempo scandito da tre vane elezioni, egli ha guidato un governo di transizione, privo cioè di poteri di guerra. Ora è tutt’altro.

Resta, infine, a pesare come un macigno, la questione palestinese, data la prossima annessione. Certo, per ora anche la Palestina ha il problema del coronavirus, ma a luglio, quando inizieranno le danze, sarà tutto da vedere. E purtroppo rischia di non essere un bello spettacolo.

P.s. L’annessione dovrebbe essere compensata da un fiume di soldi per i palestinesi. Un contentino. A darli dovrebbe essere l’Arabia Saudita. Il crollo dei prezzi del petrolio cancella anche il contentino…

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