14 aprile 2020

Coronavirus: lo scontro Trump-Fauci e l'ingegno italiano

La conferenza stampa congiunta tra Trump e Anthony Fauci ha posto fine, e forse in via definitiva, alla polemica che nell’ultimo mese ha imperversato sui media,  americani e non, e che rischiava di trascinare il presidente nella polvere.

Polemica nata dall’asserita conflittualità tra il responsabile sanitario della lotta al coronavirus e il presidente Usa, che negli ultimi giorni ha raggiunto il parossismo.

L’asserito conflitto Fauci-Trump

Tale conflittualità prende le mosse da uno spunto reale, ovvero la propensione di Trump a occupare spazi per dimostrarsi degno comandante in capo e l’insofferenza del presidente del National Institute of Allergy and Infectious Diseases per certe pose caratteristiche del personaggio.

Un’umana discrasia caratteriale, magari accesa, ma nulla più, che ha creato suggestioni usate a vari scopi.

Da una parte gli asseriti sostenitori di Trump accusano Fauci di mettere i bastoni tra le ruote al presidente. Operazione volta a difendere il proprio beniamino addossando al suo asserito antagonista gli errori della gestione dell’emergenza.

Dall’altra parte, gli antagonisti del presidente hanno fatto di Fauci una sorta di tacito – e neanche tanto – accusatore del presidente, che non terrebbe in debito conto le sue raccomandazioni, precipitando l’America nell’abisso.

L’opera di distanziamento tra i due gestori della crisi, che ha rischiato disastri, ha raggiunto il suo apice quando è circolata la notizia che Trump avrebbe chiesto a Fauci lumi sulla possibilità di far circolare liberamente il virus.

Un’indiscrezione che evidentemente poteva venire solo dall’interlocutore del presidente, e per questo di portata dirompente.

In realtà, l’ipotesi di dare un via libera al virus, allo scopo di ottenere quell’immunità di gregge che ne fermerebbe il dilagare, è stata presa in considerazione un po’ da tutti i politici d’Occidente, prima di scontrarsi con le tragiche delucidazioni scientifiche sul costo in vite umane che avrebbe comportato.

Insomma, non ci sarebbe nulla di male nel porre la domanda, ma ovviamente chi ha riportato l’indiscrezione gli ha conferito una portata criminale.

Una polemica divampata ancor più dopo che Trump ha rilanciato un tweet che prefigurava il siluramento di Fauci.

In una conferenza stampa congiunta, Trump e Fauci hanno smentito tutto. Anzi, Fauci ha spiegato che il presidente ha seguito alla lettera i suoi suggerimenti. E alla domanda capziosa se le sue dichiarazioni fossero libere, quindi non dovute a una pressione indebita del presidente, ha risposto stizzito rivendicando la sua totale libertà (New York Times). Da parte sua Trump ha elogiato il lavoro fatto insieme a Fauci.

Fauci e l’Italia

Quanto all’asserita propensione di Fauci a sabotare gli sforzi per contrastare il virus possiamo accennare a un piccolo episodio rivelatore.

Alcuni giorni fa egli ha contattato Enrico Garaci, per anni direttore dell’Istituto Superiore di Sanità, per avere notizie sulle modalità con cui l’Italia si stava approcciando al morbo.

L’Italia, prima nazione occidentale in cui è esplosa la pandemia, è diventata un modello di contrasto al virus: misure come chiusura delle scuole, quarantene, sospensione delle attività non essenziali e altro, in un primo tempo causa di dileggio del nostro Paese, sono state man mano adottate da tutti.

Fauci, di origini italiane, si è così ricordato del suo vecchio amico Garaci, che tanto ha dato nel campo delle malattie infettive, guidando e indirizzando ricerche riconosciute a livello internazionale, alcune delle quali realizzate proprio in collaborazione con il presidente del National Institute of Allergy and Infectious Diseases.

Un piccolo aneddoto utile a comprendere come Fauci stia tentando di fare bene il suo lavoro, anche dimostrando un’umiltà che altri virologi e infettivologi molto meno importanti non hanno. Con buona pace di quanti reputano si stia applicando con sufficienza al suo lavoro.

E serve anche a dimostrare che la derelitta Italia non è poi la cenerentola del mondo. Prova ne sia anche il lavoro che sta svolgendo un’azienda farmaceutica di Pomezia, l’Advent-Irbm, che sta sviluppando un vaccino in collaborazione con l’Università di Oxford.

L’Advent ha annunciato l’inizio della sperimentazione sugli uomini, avendo il vaccino sperimentale superato con successo i test sugli animali. Verrà ora sperimentato in Inghilterra su 500 volontari.

In questi giorni, una lunga spiegazione di Bill Gates sul Corriere della sera articolava come combattere il virus. Il “benefattore” – in tal modo sono identificati sui media mainstream i pluri-miliardari – chiedeva 7 miliardi di dollari per la ricerca, che avrebbe prodotto l’agognato vaccino in 18 mesi.

Secondo i responsabili dell’Advent i tempi potrebbero essere più brevi, il vaccino che stanno elaborando potrebbe forse (ma più no che sì) arrivare a settembre. Non si tratta di contrastare l’ipotesi di Gates, solo mettere in evidenza che, oltre ai benefattori, tanti sono impegnati in questa guerra epocale contro la pandemia, con visibilità diversa.

Ieri, ad esempio, l’Oms ha annunciato la creazione di un team internazionale per la ricerca sul vaccino. Una schiera nutrita di scienziati e organismi internazionali di varie nazionalità, compresi cinesi e americani (e ciò nonostante si stia alimentando una feroce diatriba su assurde responsabilità cinesi riguardo la pandemia).

Mancano i russi, nonostante anche loro stiano sviluppando con certo successo ricerche in tal senso. Una lacuna che non aiuta, ma che forse sarà superata in un secondo momento.

Nel team dell’Oms anche Sarah Gilbert, l’esperta in vaccini che da Oxford sta collaborando con la Advent, ma anche altri scienziati e aziende farmaceutiche italiane, che stanno lavorando duro al di fuori dei riflettori dei media.

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