14 marzo 2020

Made in Usa il caos del Medio Oriente

Sale la conflittualità in Iraq tra Hezbollah iracheno e Us Army: al lancio di un missile contro la base Taji, tre vittime, ha seguito un bombardamento Usa, sei vittime. Nella rappresaglia di “precisione”, colpito anche un aeroporto per il traffico civile (Al Jazeera) che il governo di Baghdad stava costruendo a Karbala, segno che l’obiettivo non erano solo le milizie.

Il governo iracheno ha protestato contro l’attacco, peraltro portato da truppe di occupazione, dato che gli Usa non lasciano il Paese nonostante il voto in tal senso del Parlamento. Oggi altri razzi contro la base Taji, senza vittime, seguiranno altre rappresaglie.

La guerra per prendere il controllo dell’Iraq cancellando l’influenza iraniana sembra iniziata. Gli Usa sembra vogliano usare di questo momento di debolezza dell’Iran, flagellato dal coronavirus più di altri (non ha strutture sanitarie efficaci come le nostre, già insufficienti), per dare la spallata.

Peraltro, il coronavirus si somma alle sanzioni che costringono il Paese, non allentate in questi tempi bui, come richiesto da Teheran, che accusa gli Stati Uniti di “terrorismo economico”, non senza ragione.

Ma sulla presenza americana in Medio oriente segnaliamo un articolo del National Interest dal titolo: “Caos perpetuo: perché il Medio oriente è stato disastrato dalla presenza americana”.

Difficile trovare un j’accuse così puntuale (anche se soft) su un giornale americano, come dimostra anche il sottotitolo: “Se c’è qualche lezione da trarre da trent’anni di interventi americani, è che la politica dei Paesi stranieri è troppo complicata perché una superpotenza esterna possa intervenire senza produrre costose conseguenze indesiderate”.

Tale presenza, spiega il NI, in teoria ha l’obiettivo di garantire la stabilità, per avere libero accesso al petrolio della regione e contrastare gli islamisti ostili. Area troppo conflittuale per essere lasciata a se stessa, afferma Washington.

Per evitare il caos, gli Usa hanno circa cinquantamila truppe nella regione. E, nonostante gli impegni di Trump a un decremento, tale presenza è in crescita in Arabia Saudita, Iraq e Kuwait.

Non stabilità, ma caos

Ma, per il NI, dovrebbe ormai essere ovvio che se l’America vuole creare stabilità in Medio Oriente deve rimuovere truppe e funzionari: i tentativi americani di riportare ordine nella regione di solito peggiorano le cose. E non perché l’America non abbia una presenza militare nell’area, ma proprio perché ne ha troppa.

Gli Usa sono presenti in dieci Paesi del Medio Oriente: con una rete militare così ampia è difficile resistere alla tentazione di usare la forza.  Se si presenta una crisi, come in Libia o in Siria, o se un disaccordo politico va in stallo, come in Iraq, è più probabile che gli USA tralascino soluzioni diplomatiche per abbracciare quelle militari.

Ma il potere militare produce spesso arroganza, anche quando si hanno buone intenzioni: di ciò non esiste miglior esempio della condotta americana in Medio Oriente.

Se c’è qualche lezione da trarre da trent’anni di interventi Usa, è che la politica dei Paesi stranieri è troppo complicata perché una superpotenza esterna possa intervenire senza produrre costose conseguenze indesiderate.

Ora è ben documentato che furono le due guerre in Iraq a creare le condizioni necessarie per l’ascesa dello Stato islamico, che ha sfidato i governi di Siria e Iraq, delle Filippine e della Nigeria.

A complicare le cose, gli alleati Usa

Ma non sono state soltanto le azioni militari americane a destabilizzare la regione; a indebolirla è stato anche il comportamento di quanti l’America protegge. 

Gli Usa sostengono l’Arabia Saudita, così che questa ha potuto assumere posizioni aggressive in Yemen, Qatar e Libano. L’aggressione saudita è stata particolarmente tragica nello Yemen, con un intervento che ha prodotto, secondo le Nazioni Unite, la peggiore crisi umanitaria del mondo.

Il regime saudita ha continuato a bombardare ospedali, celebrazioni di matrimoni, impianti idrici e terreni agricoli: tentativi testardi di ribaltare la bilancia a proprio favore. Tale regime può permettersi questa ostinazione perché ha la protezione dell’unica superpotenza del mondo. Il fatto che l’America stia incrementando il suo personale militare nel Regno incoraggerà ulteriormente la leadership saudita in futuro.

Se così tanti disordini derivano dalla presenza dell’esercito americano, ci si potrebbe aspettare che gli Stati Uniti riducano le truppe. Eppure queste non lasciano la regione, anche se due amministrazioni, Obama e Trump, hanno messo al centro della propria politica estera tale disimpegno.

Ciò solo per essere poi trascinati in conflitti che non voleva nessuno dei due presidenti. Così, invece di stabilizzare la regione e consentire all’America di concentrarsi su altre priorità, la vasta rete americana di risorse militari è prigioniera della sua stessa politica.

L’America viene inevitabilmente coinvolta quando si creano problemi nella regione e spesso usa le sue forze militari in modi controproducenti. Gli Stati Uniti dovrebbero invece rimuovere i propri militari, lasciando spazio ad altre soluzioni.

Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedInPrint this page