10 marzo 2020

Coronavirus: qualche cenno di speranza dall'Oriente

Mentre l’Italia più di altre nazioni d’Occidente si dibatte nella morsa del coronavirus, buone notizie dall’Asia, dove la Cina sta registrando un calo sempre più significativo di casi e di morti.

Il Celeste impero ieri ha registrato solo 19 nuove infezioni, di cui 17 a Wuhan e due casi a Pechino e Guangdong, il numero giornaliero più basso dal 20 gennaio, quando ha iniziato a fornire rapporti giornalieri (South China Morning Post).

Speranze dall’Oriente

È ancora presto per dire che la Cina ha vinto la sua battaglia, ma i dati sono più che incoraggianti. Tutti gli analisti parlano di un picco ormai sorpassato e di una possibilità reale di debellare il morbo.

A significare la svolta, la visita del presidente cinese Xi Jinping a Whuan, epicentro della crisi. Anche i mercati hanno salutato la novità: “L’indice Shanghai Composite ha guadagnato l’1,8% e l’indice Hang Seng di Hong Kong l’1,4% martedì, in contrasto con la caduta libera dei prezzi delle azioni in tutto il mondo il lunedì” (Scmp).

Certo in Cina è stato possibile adottare misure draconiane, dato il regime comunista, da cui il dato può apparire non troppo significativo. Ma misure draconiane sono in corso anche in Italia e il paragone potrebbe così apparire meno distante.

Di conforto anche i numeri della Corea del Sud, dove sembra sia stato superato il picco e non c’è tale regime: Nonostante abbia sofferto di oltre 7.300 infezioni da coronavirus e 50 morti, i casi negli ultimi giorni sono in calo. 448 nuovi casi sono stati registrati il ​​7 marzo, 272 casi l’8 marzo e 165 casi il 9 marzo (Infowars).

Incoraggiante anche il dato della piccola ma affollatissima Singapore: “160 casi, zero morti e 93 delle vittime sono già state dimesse” (Infowars).

Caso tutto a parte la Russia, che all’inizio della crisi ha chiuso la nazione, registrando pochissimi casi (20). Risolti. Forse nasconde qualcosa, ma è plausibile pensare che la chiusura dei confini e gli efficaci servizi segreti russi abbiano fatto un buon lavoro.

Insomma, speranze dall’Oriente. Come qualche speranza suscita la svolta italiana dopo tanta confusione (in parte giustificata dall’enormità dell’accaduto).

Cenni di speranza

Piccola cosa: l’ospedale Cotugno di Napoli, in collaborazione con diversi altri autorevoli istituti, sta sperimentando un farmaco che cura l’artrite reumatoide per contrastare gli effetti del virus, con qualche risultato incoraggiante. La soffiata pare sia venuta dalla Cina, dove diversi ospedali la stanno già sperimentando (Dagospia).

Al di là del vaccino, per il quale ci vorrà tempo (sembra un anno; ci sono voci più ottimistiche, ma forse troppo), si spera che si riesca a trovare un sistema per contrastare l’azione del morbo in azione prima ancora del vaccino. C’è chi ci lavora.

Intanto è in arrivo un nuovo kit diagnostico per il coronavirus, che ridurrà il tempo per individuare la malattia e dovrebbe costare poco: con tale kit sembra che si potrà identificare la malattia in un’ora, contro le 24h di oggi, e dovrebbe essere disponibile anche alle famiglie (Repubblica). Non è cosa da poco. Lotta contro il tempo.

Sul piano del contenimento è benvenuta la stretta agli spostamenti, che aiuterà a frenare quanto prima si muoveva liberamente; come benvenuta è l’intesa tra governo e opposizione simboleggiata dall’incontro tra Conte e Salvini.

L’unità di intenti per affrontare una crisi unica nella storia d’Italia (l’influenza spagnola non è comparabile: si era in guerra e non fu fatto nulla) non può che essere salutata con favore, al di là delle opinioni su quanto fatto finora e sulle figure interessate. Meglio tardi che mai.

Abbiamo deciso di mettere insieme notizie che in genere si perdono nella cronaca nera della malattia. Nel Terrore, si perdono le tracce di notizie che possono infondere un qualche conforto.

L’ora più buia

Questa “è l’ora più buia” dell’Italia, ha detto Giuseppi Conte. Citazione di Churchill irrisa acidamente da Dagospia. Defaillance dell’ultimo vero giornale italiano (al di là delle derive boccacesche che possono non piacere), che ha informazioni e sa analizzare con intelligenza, ma non volare alto.

Churchill disse questa frase dopo la ritirata delle truppe inglesi da Dunkirk: l’Europa era ormai sotto il gioco nazista, ma là, a Dunkirk, s’era prodotto il “miracolo”, come lo chiamano i libri di storia inglesi, dato che le truppe erano date per perdute, e con loro la Gran Bretagna.

Il nemico oggi è più invisibile, anche se fa danni visibili, ma implacabile come allora. E, certo, c’è bisogno di dedizione, di acume e di tanto altro per contrastarlo. Ma un miracolo non guasterebbe.

La Chiesa, nei suoi presuli, non sembra ci punti molto, o almeno non lo dà a vedere, ma tanti cristiani ancora sì. E forse anche tanti laici, come allora a Dunkirk e altrove.

Spiace, infine, notare che a livello di Ue finora non si è fatto nulla per affrontare un’emergenza che riguarda l’intero continente, al di là di qualche discussione sullo sforamento del deficit.

Ogni Stato bada a sé, adottando strategie sue proprie. Francia e Germania minimizzano, le altre seguono, l’Italia urla di dolore. Se non è in grado di fare fronte unico su una tragedia che riguarda tutti, non si comprende a che serva tale Unione.

 

 

 

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