6 marzo 2020

Israele: la vittoria di Netanyahu si arena

netanyahuMentre i media mondiali celebravano la vittoria elettorale di Netanyahu alle recenti elezioni, facendo eco all’esultanza del premier, questi, poco a poco, si accorgeva che la vittoria pubblicizzata gli era sfuggita di mano per l’ennesima volta. Nonostante la sua affermazione personale, che ha guadagnano al Likud 36 dei 100 seggi in palio, la maggioranza gli scivolava nuovamente tra le dita, come successo nelle due elezioni precedenti.

Terza elezione di seguito per Israele, e terzo stallo, con Netanyahu impossibilitato a formare un governo, come anche i suoi avversari centristi di Khaol Lavan, guidati dall’ex generale Benny Gantz, diventato competitor ufficiale del premier.

I giochi di prestigio di Netanyahu

Nonostante la mala parata, Netanyahu non ha rinunciato ai suoi giochi di prestigio, e in una conferenza successiva al voto ha scritto sulla lavagna i seggi conquistati dal blocco di destra e quelli della coalizione antagonista, 58 a 47, da cui la sua chiara vittoria. Come se i 15 seggi conquistati dalla coalizione dei partiti arabi non esistessero.

“Così facendo – scrive Haaretz – ha cancellato i voti dei 575.500 cittadini dell’alleanza dei partiti arabi (20.000 dei quali sono ebrei), ponendoli oltre confine come fossero lebbrosi”.

“Sebbene nelle ultime settimane egli abbia condotto la sua campagna elettorale anche nelle comunità arabe, chiedendo loro una “riconciliazione”, ha dimostrato un tale cinismo che perfino i leader dell’Iran non hanno mai escluso così palesemente i cittadini ebrei che vivono nel loro paese”.

Un gioco di prestigio possibile per l’esclusione a priori degli arabi dai giochi politici israeliani, che sono stati coinvolti dal solo Rabin nella storia di Israele.

Sul punto si segnala anche un interessante articolo di Timesofisrael, che rileva come la posizione assunta da Netanyahu nella circostanza “è stata più drammatica e più radicale di quelle che ha assunto in passato – equivale, infatti, a riprogrammare Israele come una ‘democrazia ebraica’ in cui ‘la volontà popolare’ equivale alla volontà degli ebrei o dei sionisti, dalla quale sono esclusi gli arabi o almeno i non sionisti”.

Non è il solo trucco col quale Netanyahu sta tentando di vincere le perse elezioni: ha anche fatto ricorso all’emergenza sanitaria, il coronavirus che ora bussa alle porte di Israele, 19 i contagi accertati e quarantene iniziate, per tentare la via dell’unità nazionale; l’emergenza, argomentano i suoi, dovrebbe indurre Khaol Lavan ad accettare un governo sotto la sua guida.

La via non sembra sia praticabile, come scrive, con sprezzo da antagonista, Haaretz:  “il solo legame tra virus e governo è dato dalle esigenze ciniche del grande vincitore di lunedì, che ha scoperto mercoledì che, per l’ennesima volta, aveva in realtà perso, malgrado i sondaggi favorevoli di prima del voto”.

L’ipotesi quarta elezione e il coronavirus

Nessuna ipotesi di unità nazionale nell’aria. Più concreto l’annuncio col quale il Likud ha dichiarato trattative in corso con alcuni eletti di Khaol Lavan, per strapparli al partito di Gantz e così raggiungere la sospirata maggioranza.

Forse anche per stoppare questo insidioso tentativo, ma anche per rivendicare il suo ruolo di sfidante ufficiale di Netanyahu (messo in dubbio da taluni dopo l’ennesimo pareggio), Benny Gantz ha assunto una posizione più radicale che mai.

Ha infatti lanciato l’idea di un disegno di di legge che impedisca a un esponente politico sotto processo di guidare lo Stato israeliano. La norma dovrebbe essere messa ai voti appena il Parlamento sarà riunito e potrebbe essere sottoscritta dai parlamentari arabi, cui certo Netanyahu, il cui processo per corruzione inizia il 17 marzo, non è simpatico.

Un’idea ventilata in passato, che però non aveva trovato il placet del partito di Avigdor Lieberman, che con i suoi sette seggi è indispensabile per avere la maggioranza nella Knesset. Il leader di Israel Beitenu sembra aver cambiato idea: se così fosse, la norma potrebbe essere approvata (Timesofisrael).

La legge non impedirebbe la reggenza di Netanyahu fino a un’eventuale quarta elezione, ma ne impedirebbe un’ulteriore candidatura a premier.

Sarebbe un passaggio drammatico per la giovane democrazia israeliana, che sta già attraversando un momento drammatico, con il Paese preda di convulsioni a causa di fratture multiple.

Una frattura più ampia vede contrapposte le forze politiche che fanno riferimento alla destra religiosa a quelle che propugnano uno Stato più laico; una più antropomorfa vede contrapporsi quanti vedono in Netanyahu l’unico politico che può guidare la nazione a quanti chiedono la fine del lungo regno del monarca assoluto.

Una frattura meno incisiva a livello politico, ma non meno importante, vede contrapporsi quanti vedono in Israele uno Stato ebraico nel quale non c’è posto per gli arabi a quanti sperano in un Paese più inclusivo.

Fratture ad oggi insanabili, che rischiano di precipitare Israele nella quarta elezione consecutiva. Ma c’è la variabile coronavirus da considerare. Oggi in Israele il morbo che flagella il mondo è solo un pericolo periferico, ma se dovesse diventare epidemia, la paura e il caos conseguenti non mancherebbero di avere ripercussioni nel complesso gioco politico. In che modo è da vedere.

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