2 marzo 2020

Israele-Usa: nuove possibilità per Netanyahu e Bloomberg

Si sono aperte le urne in Israele, per le terze elezioni politiche consecutive. Scenario incerto, dato che fino a ieri i sondaggi davano le due fazioni, la destra, guidata dal Likud, e il centrosinistra, guidato da Khaol Lavan, appaiati.

Ma seppur l’incertezza domini, Netanyahu afferma di essere a un passo dalla vittoria, il Likud e i suoi alleati di destra avrebbero quasi raggiunto i 61 seggi necessari per avere una maggioranza in Parlamento.

Può essere un bluff per spingere i suoi elettori allo sprint finale, o forse no. Detto questo, l’affluenza che si sta registrando alle urne, alta come non avveniva da tempo, potrebbe giocare a suo favore.

Di certo, una percentuale così alta di votanti indica che qualcosa, nel profondo, si sta muovendo. E si registra un qualche nervosismo in Khaol Lavan.

Peraltro anche la paura coronavirus, che si percepisce pure in Israele, anche si registrano solo alcuni casi, sembra favorire Netanyahu, il premier-mago che si presenta come l’unico capace di gestire le complesse sfide del Medio oriente, che il pericolo epidemia acuisce.

Come accennato in altra nota, elezioni importanti, e parallele, in America, dove ha luogo il Super Martedì, giorno nel quale vanno al voto molti Stati.

Un voto che appare decisivo per la nomination del partito democratico e che vede uno sviluppo che avevamo previsto (Piccolenote): Pete Buttigieg, che nelle prime elezioni ha catalizzato vario elettorato, risultando sorpresa alternativa a Sanders, si è ritirato.

Ciò favorisce l’oligarca Michael Bloomberg, che può vampirizzare i suoi voti, sopravvivendo alla carica di Bernie Sanders e forse rintuzzando nell’angolo l’antagonista.

Di interesse notare che il giorno che precede un voto tanto decisivo, Bloomberg si è presentato all’Aipac, il più influente organismo ebraico americano, per chiederne l’appoggio.

Un appuntamento al quale era stato invitato anche l’altro ebreo in corsa per la nomination democratica, Sanders appunto, che però si è rifiutato.

L’oligarca sta giocando il tutto per tutto: gli basta impedire che il Super Martedì sancisca la vittoria di Sanders. Se questi subisce una battuta d’arresto, l’ago della bilancia si può invertire a suo favore, dato che gode il sostegno dell’establishement e di Hillary Clinton, tornata in campo con tutta la sua squadra.

Su quest’ultima una notazione non di colore: dopo la sconfitta del 2016 si era rivolta al suo amico Harvey Weinstein per realizzare un documentario che avrebbe dovuto raccontare la presunta truffa grazie alla quale il suo rivale, Trump, aveva rubato le presidenziali.

Il grande produttore di Hollywood non ha potuto ottemperare perché inciampato in un’inchiesta per molestie sessuali, reati per i quali è stato recentemente condannato (seppur in maniera lieve).

Nulla importando l’inciampo e l’imbarazzo della sua intimità col produttore, l’ex Segretario di Stato si è rivolta altrove e ha realizzato egualmente un documentario sulla sua vita, presentato anche al Festival di Berlino e incensato dai media (il fascino del potere).

Non solo un rilancio, ma una candidatura: se Bloomberg o un qualsiasi altro candidato che non sia Sanders riuscirà a diventare presidente degli Stati Uniti, lei è pronta a ricoprire qualche ruolo nella futura amministrazione.

Qualsiasi sia tale ruolo, avrà un peso non secondario, data la sua caratura politica, come è stato evidente con la presidenza Obama, durante la quale, da Segretario di Stato, riuscì a trascinare il presidente a sostenere il regime-change siriano, le primavere arabe e a portare la guerra in Libia, della quale va ancora fiera nonostante il disastro conseguente. Il lupo perde il pelo, ma non il vizio.

Nella foto, Bloomberg e Weinstein

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