2 marzo 2020

Idlib: guerra tra Turchia e Russia, ma Putin incontra Erdogan

In conflitto di Idlib è diventato guerra aperta, anche se non dichiarata, tra Turchia e Russia, con quest’ultima a sostegno dell’esercito siriano, impegnato a strappare ai terroristi l’enclave da loro controllata da anni.

I siriani, nella loro avanzata, si sono scontrati più volte con elementi dell’esercito turco impegnato a sostegno dei terroristi, che ha subito perdite, di uomini e mezzi.

Ciò ha suscitato l’ira di Erdogan che ha più volte minacciato guerra aperta alla Siria, arrivando addirittura a minacciare Mosca. Minacce non vane, dato che i terroristi di Idlib hanno ricevuto armi antiaeree dai turchi, con le quali hanno abbattuto droni russi e provato ad abbatterne i jet militari.

Per inciso, queste armi sono state usate con successo contro elicotteri e jet siriani, alcuni dei quali sono stati abbattuti anche direttamente dai turchi.

Idlib al tempo del coronavirus

L’Iran, che con Russia e Turchia partecipa dei negoziati di Astana sulla riconciliazione siriana, ha tentato di avere un ruolo attivo nella crisi,

Ha provato a mediare, anche usando toni forti contro l’indebita gerenza turca, ma la crisi coronavirus che sta imperversando nel Paese anche a livelli alti (tanti i membri del governo contagiati e oggi è morto anche un consigliere dell’ayatollah Khamenei) le impedisce un ruolo più incisivo.

Deve far fronte all’epidemia prima che faccia collassare il Paese, già fiaccato dalle sanzioni, che permangono nonostante l’emergenza sanitaria, tale la ferocia di certi circoli internazionali.

Così, fuori uno dei player fondamentali del complesso puzzle siriano, resta il confronto siro-russo-turco, con Ankara che ha tentato di coinvolgere la Nato a sua difesa, ricevendo però un niet, nonostante Pompeo abbia più volte promesso il sostegno Usa.

Evidentemente Trump frena. Non vuole impelagarsi in questo conflitto, considerando anche che sta affrontando la rielezione e deve guardarsi da dis-avventure belliche.

Né l’Europa ha voglia di dare il suo contributo a una guerra dalla quale ormai si è disimpegnata, da cui la minaccia del sultano di inondare il Vecchio Continente con una marea di migranti, usati come armi di distruzione di massa.

L’ambiguità di Erdogan e la via di Mosca

Ma, al di là delle minacce rivolte a mezzo mondo, Erdogan, nonostante non manchi di vantare i successi della campagna turco-terrorista contro l’esercito siriano, si trova in evidente difficoltà.

Sottolineate anche da un comunicato dell’esercito russo che ha avvertito di non poter garantire la sicurezza degli aerei turchi sui cieli siriani (in altre parole, i sofisticati sistemi antiaerei S-400 sono pronti a far fuoco sui jet di Ankara, vedi Aviapro).

Così, mentre la guerra non dichiarata infuria, uno spiraglio: il 5 marzo, a meno di imprevisti, Erdogan si recherà a Mosca per parlare con Putin. Di interesse un’analisi di Ria Novosti che osserva come in genere in tali appuntamenti chi si reca dall’interlocutore è in difficoltà…

E che se è vero che i rapporti tra turchi e russi si sono deteriorati, è improbabile che si torni alla situazione pregressa, che faceva della Turchia un nemico naturale di Mosca: 12 le guerre consumate nella storia tra i due Paesi, come peraltro non ha mancato di ricordare il bellicoso Erdogan.

Ma da quando la Turchia è virata, allontanandosi dall’Occidente per intraprendere una politica nazionalista e meno conflittuale con l’Oriente, troppi passi sono stati compiuti in tal senso perché possano essere azzerati.

Ankara non può recedere dagli accordi economici, in particolare il gasdotto TurkStream e la centrale nucleare di Akkuyu, ambedue nati da una cooperazione con i russi, senza subire contraccolpi.

Idlib e il sogno neo-ottomano

Non solo, Erdogan sa bene che il suo sultanato conosce forti dissensi interni, come hanno dimostrato le scorse elezioni amministrative, che hanno sottratto al suo partito le due città principali del Paese, Istanbul e Ankara.

Ria Novosti ha riferito a tale proposito l’avvertimento del comitato centrale del partito nazionalista-kemalista Van, che ha ammonito Erdogan di non cadere nella trappola di una guerra con la Siria, che la isola da alleati strategici quali Russia, Cina e Iran. Secondo tale partito, a creare questa trappola sarebbero stati gli Stati Uniti e Israele.

Ma se vero che Washington e Tel Aviv non si stracciano le vesti per tale conflitto, è certo che Erdogan ci ha messo del suo, dal momento che considera il cosiddetto Governatorato di Idlib (sotto controllo turco) un tassello della proiezione neo-ottomana della Turchia, e per questo irrinunciabile.

D’altronde deve pur vendere all’interno il suo sogno di resuscitare la grandezza ottomana. E per venderlo, gli serve dare una qualche concretezza a tale follia.

Per questo la sua politica espansiva in Siria, dove controlla anche parte dell’area curda, in Libia e altrove, usando come un martello l’esercito turco e come forza pervasiva la Fratellanza musulmana, della quale si è fatto nume tutelare.

Ma anche per questo deve evitare uno scacco in Siria, che farebbe cadere tutto il suo castello. Da qui la possibilità che il 5 marzo, nell’incontro con Putin, possa uscirne qualcosa di buono per la Siria, che, oltre al flagello jihadista e terrorista, deve subire anche la follia del sultano di Ankara.

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