26 febbraio 2020

Coronavirus: seri rischi di una recessione globale

Il pauravirus, che precede e accompagna il coronavirus, è ormai pandemia. E inizia a flagellare il mondo. Il Global Times sintetizza così quanto avvenuto sui mercati globali alla notizia dei nuovi casi di coronavirus in Paesi diversi dalla Cina: “il Dow Jones Industrial Average è precipitato del 3,56%, ovvero di oltre 1.031 punti, il terzo peggior calo giornaliero di punti nella sua storia di 124 anni”.

“La caduta si è ripercossa in Europa lunedì e nella regione Asia-Pacifico martedì. In totale, i mercati globali hanno perso $ 1,73 trilioni il solo lunedì e $ 2,44 trilioni dal 19 febbraio”.

È solo uno dei tanti articoli sull’impatto del pauravirus sull’economia globale pubblicato sui media internazionali. “Gli economisti avvertono che il rischio di coronavirus è molto peggio del previsto”, è ad esempio un titolo di Axios.

Il coronavirus e l’economia globale

A suscitare timore il fatto che, come prevedibile, il coronavirus non si è accontentato di restare in Cina, ma si diffonde. Non solo in Asia, Europa e Iran, ma anche nei Paesi arabi (Bahrein 17 casi), in Sud America e arriverà “inevitabilmente” anche negli Stati Uniti, come hanno avvertito le autorità sanitarie Usa, tanto che San Francisco e Santa Clara hanno già dichiarato lo “stato di emergenza”.

Ad oggi sono casi isolati, ma i numeri sono destinati ad aumentare. Anche se è ancora presto e inopportuno parlare di pandemia da coronavirus, la pandemia da pauravirus è conclamata. Un flagello che si è abbattuto anche sull’economia dei Paesi interessati, cioè il mondo, come già per la Cina.

Questa la conclusione di una nota di The Hill: “La Grande Recessione [quella del 2008, ndr.] è stata, a mio avviso, il Grande inganno  – una recessione fondata sull’unica cosa che all’epoca c’era da temere, vale a dire la paura stessa”.

“Questa volta è diverso. Abbiamo qualcosa di molto reale da temere, che sta producendo reazioni economiche in tempo reale, come la chiusura della Cina, davvero oltre ogni immaginazione. Queste reazioni sono in grado di sprofondare nel panico miliardi di investitori e consumatori nella nostra economia globale altamente interconnessa e reciprocamente dipendente”.

Certo, c’è chi getta acqua sul fuoco, spiegando che i mercati da tempo hanno previsto scenari funesti e sanno come muoversi, ma non convincono del tutto, ché gli indicatori di segno contrario sono tanti.

Ciò anche perché il pauravirus ha già ingolfato il motore economico del mondo, cioè Pechino, con conseguenze che si sono abbattute su un mondo preda della stagnazione.

Una stagnazione, peraltro, già considerevolmente assistita, per evitarne degenerazioni, attraverso misure di sostegno classiche, cioè il Quantitative easing e la riduzione dei tassi di interesse, oggi al minimo; e ciò sia in Europa sia in America.

Così che la nuova, ancora eventuale, crisi si abbatterebbe su un mondo nel quale gli arsenali per combatterla sono già stati, se non svuotati, di certo ridimensionati.  Insomma, il quadro non è dei più rosei, anche se ancora, ripetiamo, c’è margine per sperare.

La crisi globale e il confronto Est-Ovest

In questa temperie, si possono rileggere con certa tragica ironia le analisi circolate sui media mainstream occidentali all’indomani dello scoppio del focolaio a Whuan.

Molte delle quali non nascondevano una qual malcelata soddisfazione per la disgrazia avvenuta in Cina, che conferiva agli Stati Uniti un vantaggio sulla sua antagonista globale.

Altrettanta ironia suscitano oggi le sparate di allora dei teorici del trumpismo, che di questi analisti erano lo zoccolo duro, i quali ora devono fare i conti con una difficoltà nuova, dato che una crisi economica renderebbe più ardua l’elezione del loro beniamino, che contava proprio sul successo della sua politica economica per ottenere una conferma alla Casa Bianca.

Miopia, per non dire peggio. Tant’è. In questo momento così critico sarebbe necessaria una convergenza internazionale, dato che una crisi globale abbisogna di una risposta globale.

Nulla di tutto ciò. Da quando la crisi si è originata non si è registrato nessun summit internazionale e nessun incontro bilaterale ad alto livello sul tema. Nessun vertice con politici sorridenti a stringersi le mani come avvenuto per temi come clima e globalizzazione, evidentemente più appassionanti.

Anzi sembra ripetersi quanto avvenuto per il Terrorismo: tale minaccia globale non ha affatto disarmato i teorici del confronto esistenziale Est-Ovest, nonostante i tanti morti registrati in Occidente; né li ha convinti a cercare la collaborazione d’Oriente per combattere il nemico comune (le analogie tra coronavirus e Terrore non si fermano qui, ci torneremo).

Anche questa criticità sembra così destinata a essere affrontata nel chiuso del proprio giardino di casa, nel tentativo di trarne in qualche modo profitto nel duello di cui sopra.

A meno di qualche mossa a sorpresa, certo, ma per Trump in un anno elettorale è più arduo sfidare i belligeranti figuri che lo attorniano, né l’Europa sembra in grado di smarcarsi dalla pressione che viene esercitata su di essa.

A tale proposito, appare esemplare anche la prossima riunione convocata al Pentagono sulla minaccia posta agli Stati Uniti dall'”allineamento sino-russo“. Siamo alla follia…

Così si naviga a vista, nella speranza di evitare gli scogli più duri, che, alti, si stagliano all’orizzonte. Vedremo.

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