27 febbraio 2020

Coronavirus, la prudenza necessaria e l'allarmismo

coronavirusPubblichiamo un contributo gradito sul coronavirus, che converge con talune analisi realiste sulla criticità che sta affaticando l’Italia, soffocate dalla marea montante di notizie che stanno diffondendo un allarmismo più che eccessivo (ci torneremo).

Nel dicembre 2019, le autorità cinesi segnalano nella città di Wuhan la presenza di un focolaio di persone con polmonite e sindrome respiratoria acuta, causata da un nuovo coronavirus.

Mentre è evidente a tutti l’impatto mediatico e sociale dell’epidemia da coronavirus, meno chiaro, a oggi, lo è quello clinico che dipende fondamentalmente da 3 fattori: (1) il numero delle persone colpite, (2) la capacità di trasmissione, (3) lo spettro di severità clinica.

Ad oggi, sono registrati 79.360 casi (di cui 77.150 in Cina) e sono morte 2.619 persone (aggiornamento in tempo reale cliccare qui). A fronte dei dati sopra riportati, la criticità maggiore è rappresentata dal fatto che in molti casi (80%) l’infezione da coronavirus sembra dare una sintomatologia lieve o moderata che non richiede l’accesso al medico o in ospedale e, di conseguenza, il numero delle persone infettate potrebbe essere sottostimato (con conseguenze evidenti sulle statistiche relative alla mortalità, che quindi diminuisce).

Inoltre, le osservazioni nelle zone colpite sembrano indicare, contrariamente a quanto avviene per l’epidemia influenzale stagionale, una minore ricettività all’infezione nei bambini.

La potenziale (solo potenziale) trasmissibilità di un’infezione è misurata dall’R0 (ar ought), ovvero il “numero di riproduzione di base” che rappresenta il numero medio di infezioni secondarie prodotte da ciascun individuo infetto (se il R0 di una malattia infettiva è 2, significa che un singolo malato infetterà 2 persone).

Alcuni studi nelle aree colpite nella prima fase di infezione stimano che l’R0 dell’infezione sia compreso tra 1,4 e 3,8. E’ evidente che il R0 è un indice che misura non solo la virulenza, ma anche la capacità del sistema di fronteggiare l’epidemia e può cambiare nel tempo.

Secondo gli studi effettuati sulla popolazione cinese colpita, i pazienti con infezione da COVID-19 presentano nella maggior parte dei casi una sintomatologia lieve; nel 20% dei casi l’infezione evolve verso una forma più grave (polmonite, insufficienza respiratoria) e in alcuni casi (circa 2%) verso un esito infausto. Come avviene nell’epidemia influenzale, i casi gravi e i decessi presentano almeno una patologia cronica preesistente.

Il periodo di incubazione è di circa 5-6 giorni: è necessario, quindi, un periodo di osservazione di 14 giorni per escludere (o confermare) l’infezione.

Il CDC (Center for Disease Control and Prevention) cinese ha oggi pubblicato il più ampio report sull’epidemia COVID-19 (consultabile cliccando qui).

Dall’inizio dell’epidemia, in Cina sono stati registrati 72.314 casi. La maggior parte dei pazienti colpiti aveva un’età compresa tra 30 e 79 anni (87%), l’1% sotto 1 anno e 1% tra 10 e 19 anni.

Il 3% aveva più di 80 anni e i pazienti con età compresa tra 20 e 29 anni erano circa l’8% (questa riga è stata inserita successivamente).

Nell’81% dei casi, l’infezione è stata classificata come lieve, nel 14% come severa e nel 5% critica.

Il tasso di mortalità è stato del 2.3%. Nessun decesso è stato registrato nel gruppo dei pazienti con meno di 9 anni. Nessun decesso è stato registrato tra i casi definiti lievi o severi.

Il tasso di mortalità è stato del 49% all’interno del gruppo dei casi definiti critici, con patologie coesistenti. Nel 3.8% dei casi, l’infezione ha colpito personale sanitario (14% casi severi o critici).

Il report del CDC mette a confronto l’attuale epidemia con i dati della SARS (2002-2003) e della MERS (2012-tutt’oggi presente nel mondo; sulla MERS vedi anche Piccolenote).

Tutte le epidemie da coronavirus hanno avuto un’origine simile (anche se gli ospiti intermedi, gli animali attraverso i quali il virus si è trasmesso all’uomo, erano diversi) e uno sviluppo diverso.

Il COVID-19 sembra avere una maggiore facilità di diffusione (il numero di persone infette è molto più alto), mentre il tasso di mortalità della SARS (9.6%) e della MERS (34.4%) risultavano molto più alti.

Ps. Si rimanda, inoltre, a un’intervista al professor Carlo Federico Perno, ordinario di microbiologia e microbiologia clinica alla Statale di Milano, Direttore  di dipartimento di medicina di laboratorio all’ospedale Niguarda di Milano, pubblicata sulla Repubblica (video “Focus Salute: coronavirus, dieci precauzioni inutili”).

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