21 febbraio 2020

Richard Grenell è il nuovo capo dell'Intelligence Usa

Trump nomina Richard Grenell a capo del National Intelligence Usa, cui fanno riferimento i vari servizi di informazione Usa. Un cambio di guardia da rilevare, dato che segnala tendenze.

La scelta di Trump, secondo le indiscrezioni del Washington Post, è stata una reazione a una riunione riservata nella quale il predecessore di Grenell aveva rilanciato l’idea di una rinnovata ingerenza russa nelle prossime elezioni presidenziali in favore del tycoon prestato alla politica.

Abortire un nuovo Russiagate

Il presidente, che già ha subito le fatiche del Russiagate, rivelatosi una bufala, ha deciso di intervenire con la scure, per stroncare ab initio una nuova manovra contro di lui, che peraltro mette in evidenza la mancanza di fantasia del suoi antagonisti.

E ha deciso di mettere in quel posto un fedelissimo, cosa della quale peraltro ha necessità, dato che è ovvio che un presidente debba avere un interfaccia con l’intelligence sul quale possa fare affidamento.

Solo un interfaccia, dato che, al contrario di quanto appare, la carica non conferisce all’incaricato un vero ruolo di guida o di stretto coordinamento delle Agenzie di informazione. Queste hanno il loro capo e le loro dinamiche, né prendono ordini specifici, al di là di vaghe direttive di indirizzo seguite più o meno formalmente.

Anche se, certo, devono riferirsi e riferire, almeno nell’indispensabile o necessario, al coordinatore, al quale restano comunque la facoltà e l’autorevolezza di fare dichiarazioni a nome delle agenzie medesime, che non è poco.

Questo per quanto riguarda l’iniziativa, resta da capire chi è l’uomo che ora dialoga con l’intelligence per conto del presidente.

Grenell, dall’Iraq all’Iran

Dal 2001 al 2008 Grenell è stato direttore delle comunicazioni e delle relazioni pubbliche alle Nazioni Unite. Certo, è stato solo un collaboratore dei vari ambasciatori, ma non per questo è figura secondaria, come peraltro dimostra la sua lunga permanenza in sede.

Così, da quello scranno, ha sostenuto la guerra all’Iraq, a dimostrazione che nessuno ha pagato per un conflitto iniziato per le inesistenti armi di distruzione di massa di Saddam, anzi hanno fatto carriera (per inciso le vittime, dal 2003 al 2006, sono state 1.221.000 secondo Research Survey; secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, tra le 104.000 e 223.000… e tante ancora dopo). Tant’è.

D’altronde un fiero sostenitore della guerra in Iraq è ancora tra i consulenti del presidente, quel David Wurmser che, in un memo reso pubblico, ha suggerito “azioni inaspettate per cambiare le regole contro l’Iran, questo confonderebbe il regime […] incrinerebbe il delicato equilibrio interno delle forze e il controllo su di esse da cui il regime dipende per la stabilità e la sopravvivenza”. E fu l’omicidio del generale Qassem Soleimani (che peraltro non ha dato i risultati indicati, anzi…).

Così veniamo all’Iran, con Grenell che, da ambasciatore Usa a Berlino, incarico ricevuto nel 2017 da Trump, è fiero secondino delle sanzioni contro Teheran promulgate dagli Usa, avvertendo i riluttanti Paesi europei che volevano aggirarle che ogni defezione sarebbe stata sanzionata.

Non solo Teheran, Grenell è stato anche un deciso oppositore del North Stream 2, il gasdotto che collega la Russia alla Germania (di grande importanza geostrategica, dato che legherebbe due Paesi nel profondo).

Opposizione non solitaria, quella di Grenell, dato che gli avversi in America son legione. Sul punto, però, Grenell è forse andato ultra petita con l’iniziativa irrituale di inviare alle società tedesche impegnate a vario titolo alla realizzazione del gasdotto delle missive in cui richiamava il rischio di essere sanzionate (qualcuno potrebbe parlare di lettere minatorie).

Hanau, la strage

Il North Stream 2 e la strage tedesca

Così la scelta di Grenell a capo dell’intelligence deve aver destato qualche inquietudine in Germania, dal momento che si rafforza in seno all’amministrazione Usa la determinazione a resecare il labile cordone ombelicale che da alcuni anni collega Berlino a Mosca. Tant’è.

Nefasta coincidenza ha voluto che la nomina di Grenell è coincisa la strage compiuta ad Hanau, presso Francoforte, in due bar, nove i morti, tutti extracomunitari.

Una strage xenofoba, dicono gli inquirenti tedeschi, condotta da un lupo solitario che, pur “affetto da una patologia psicotica grave” (Ansa), era in regolare possesso di un porto d’armi (Corriere della Sera).

L’uomo ha sparato alle 10, e la polizia lo avrebbe poi trovato morto a casa sua verso le 3 del mattino seguente, insieme al cadavere della madre. Suicida, ovviamente, con tanto di rivendicazione previa, nella quale affermava la superiorità della sua razza (non umana, tedesca), da cui lo sterminio di altre inferiori.

Tanto di oscuro nelle dinamiche, resta comunque il marchio della xenofobia omicida, che getta ombre sull’Alternative for Deutschland, partito nazionalista che chiede un riposizionamento della Germania che prevede, tra l’altro, un riavvicinamento alla Russia.

Ma al dl là della strage tedesca (cui si addice preghiera e vigilanza), e per tornare a Grenell, va segnalato che egli, nonostante certe oggettive sintonie con i neocon, ha un certo legame con Trump.

Si spera che il presidente possa trasmettere al suo uomo ai Servizi il suo pragmatismo, quello che gli ha guadagnato l’odio dei neocon. In questo mondo scosso da rigidità eccessive, aiuterebbe.

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