20 febbraio 2020

Sanders vs Bloomberg, Davide contro Golia

Bloomberg“È ora di dare alle élite una voce in capitolo nella scelta del presidente”. Questo il titolo di un articolo del Washington Post dell’analista Julia Azari. Titolo talmente dirompente, tanti i commenti contrari, che alla fine è stato cambiato in un più anodino e criptico: “È tempo di passare alle primarie delle preferenze”.

La Azari ha il merito di essere esplicita e, a nome dei suoi committenti, spiega che l’attuale sistema delle primarie è “imperfetto” e crea storture – si riferisce alle primarie dei democratici, ché nel campo repubblicano c’è solo Trump.

Ad oggi, i cittadini votano per i candidati preferiti, scegliendo in tal modo il candidato per la Casa Bianca. Ma non è detto che sappiano scegliere bene, anzi.

Il popolo si esprime, le élite decidono

Così, secondo la Azari, “un approccio migliore è pensare a come gli elettori e le élite possano svolgere al meglio i loro diversi ruoli: rendere i partiti politici più rappresentativi”, eliminando cioè la corsa a identificare un candidato e giungere a un sistema che preveda primarie in cui gli elettori esprimono le loro “preferenze”.

“Un processo – spiega la Azari – nel quale i rappresentanti intermedi – i delegati eletti che comprendono le priorità dei loro elettori – possono contrattare senza essere vincolati a candidati specifici, i quali potrebbero effettivamente produrre candidati che riflettano meglio ciò che gli elettori desiderano”.

“Le primarie basate sulle preferenze potrebbero consentire agli elettori di registrare le loro preferenze  riguardo ai candidati, nonché di registrare le opinioni sulle priorità delle tematiche  [che ritengono più importanti, ndr.] – di fatto un sondaggio, ma più formale e con tutti gli elettori. I risultati sarebbero pubblici e non vincolanti; un modo per informare le élite sulle preferenze degli elettori“.

Perfetto nella sua icasticità, l’articolo è stato pubblicato nel giorno in cui Michael Bloomberg, partecipando per la prima volta a un dibattito dei candidati dem, ufficializza la sua discesa in campo per la Casa Bianca.

Nel caso specifico Bloomberg è sia candidato sia uomo delle élite. Si intravede un conflitto di interessi…

Bloomberg, la riscossa delle élite

L’articolo è stato pubblicato sul Washington Post, proprietario Jeff Bezos, l’uomo più ricco del mondo, quello che ha suggerito a Bloomberg di candidarsi.

Come si evince anche da questi particolari, oltre che dal contenuto dell’articolo, la candidatura di Bloomberg va al di là di una banale corsa alla Casa Bianca. Con tale mossa, infatti, l’élite finanziaria tenta di riappropriarsi del potere che ha perso in questi anni.

La Grande Finanza, che da decenni governava indisturbata il mondo, avendo ridotto la Politica a mero teatrino, negli ultimi anni ha perso smalto.

Certo, ha ancora patrimoni incommensurabili – un pugno di miliardari possiede più di miliardi di persone – e conseguente capacità di influenza.

Resta però che la Politica, prima potere residuale, ha in parte ripreso il suo posto. I potenti del mondo, da Trump a Boris Johnson, da Putin a Xi Jinping, dalla Merkel a Macron, da Netanyahu a Erdogan, da Modi a Rouhani, al di là delle simpatie o antipatie che possono suscitare, non sono semplici burattini nel teatro del mondo.

Decidono cose, giuste o sbagliate che siano, anche se certo non possono ignorare i desiderata dei Signori della Finanza. In passato ciò non poteva darsi. A dettare le dinamiche ultime del mondo erano solo e soltanto le élite, che, anche grazie alla globalizzazione, avevano in mano il Potere, e tutto il potere, globale.

Davide contro Golia

La discesa in campo di Bloomberg è segnale di riscossa. Le élite sperano di avocare a sé il controllo del cuore dell’Impero e, grazie a questo, riscrivere le Regole e riprendersi quanto “indebitamente” sottratto loro in questi anni.

Ciò non più indirettamente, promuovendo figuranti o politici loro consegnati, ma direttamente, grazie a un loro esponente.

E per evitare il ripetersi di quanto avvenuto, mettere al sicuro il loro Impero confinando la democrazia a spettacolo residuale, nel quale i cittadini esprimono “preferenze” consegnate all’arbitrio delle élite stesse (così la Azari).

Questa la reale posta in gioco di quelle che apparentemente sono solo delle primarie per la nomination dei democratici.

Da cui emerge anche la portata della disfida dei veri duellanti di questa corsa, che almeno a oggi si riduce a una contesa tra Sanders e Bloomberg. Cioè Davide contro Golia.

Si può rilevare, en passant, che se per l’ebreo Sanders indossare i panni del piccolo Davide potrebbe essere alquanto gratificante, un po’ meno gratificante potrebbe risultare per il plurimiliardario, anch’esso ebreo, indossare i panni del gigante filisteo.

Ma sarebbe errato ridurre tutto ciò a una dialettica interna all’ebraismo, che pure il duello potrebbe suggerire. Si tratta, come detto, di una contesa di portata globale.

Ps. Ricordiamo che il nome di Bloomberg figurava nella rubrica del miliardario pedofilo Jeffrey Epstein (Washington Post). Non vuol dire certo che ne condivideva le perversioni, ma il particolare interpella quantomeno sulla capacità di discernimento del plurimiliardario.

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