18 febbraio 2020

Il confronto con la Cina e la lotta nel cuore dell'Impero

“Nella competizione tra Stati Uniti e Cina su chi riuscirà a plasmare il mondo nel prossimo secolo, l’America sembra giocare per vincere”. Inizia così Uri Friedman su The Atlantic, in un articolo nel quale annota la riluttanza degli alleati storici degli Stati Uniti a salire sul treno americano e lasciarsi la “Cina alle spalle”.

Tale riluttanza, secondo Friedman, è favorita anche dall’ambiguità di Trump, che, al contrario dei trumpisti che lo circondano, non è ingaggiato in una lotta esistenziale contro Pechino, tanto da spendere parole elogiative per il suo omologo cinese Xi Jinping.

La Cina: nemico o partner commerciale?

La posizione di Trump indebolisce i fautori di una nuova Guerra Fredda contro la Cina e rafforza i Paesi riluttanti a tale prospettiva. Secondo Friedman ci sarebbe un vero e proprio “movimento che si oppone a una guerra fredda USA-Cina”, che si è rafforzato quando la Gran Bretagna della Brexit e di Boris Johnson ha adottato il 5G di Huawei, nonostante le pressioni americane.

Un’iniziativa che ha creato un precedente per Francia e Germania e altri Paesi europei ed extra-europei, tra cui India e Corea del Sud.

A nulla sono valsi gli avvertimenti Usa sui rischi per la sicurezza che il 5G cinese arrecherebbe ai Paesi che l’adottano e alle reti che collegano gli alleati d’Occidente, aggirati da tali Paesi semplicemente escludendo Huawei dalle reti più sensibili.

In realtà, rileva Friedman, tali moniti nascondono altro: sul 5G si gioca la partita ultima, quella che deciderà “la superpotenza che dominerà la spina dorsale della futura economia digitale, con trilioni di dollari in nuove opportunità in gioco”.

Spaccatura forse irrisolvibile, dovuta al fatto che “molti Paesi nel mondo – scrive Friedman – considerano gli Stati Uniti come loro principale alleato sul piano della sicurezza e la Cina come principale partner commerciale”.

La catena anti-cinese perde anelli

Non solo il 5G, anche la decisione del presidente delle Filippine Rodrigo Duterte di recedere dal trattato che consente alle forze armate degli Stati Uniti di stazionare nel suo Paese, assesta un colpo notevole alla strategia anti-cinese.

Una mossa che, al di là della sua portata effettiva (sempre possibile un nuovo accordo), lancia un segnale allarmante ai fautori del confronto sino-americano, dato che in tal modo le Filippine hanno deciso di “non antagonizzare una Cina in ascesa”.

A sorpresa, l’esponente politico dell’amministrazione Usa più contento di tale mossa è stato Trump, che ha commentato: “bene… risparmieremo un mucchio di soldi”.

Ed è qui il punto nodale della diversità di approccio tra Trump e i trumpisti: secondo Friedman, “Trump  pensa di competere con la Cina in termini ristretti”, cioè sul piano economico-finanziario. Non vuole ingaggiarsi in una contesa più ampia, in una lotta geostrategica contro la Cina intesa come “superpotenza”.

Quest’ultima è invece la prospettiva dei trumpisti, fautori di una guerra senza quartiere contro Pechino, come dimostra il viaggio di Pompeo in Africa, dove sta tentando di allentare la presa cinese su Senegal, Etiopia e Angola, ai quali ha offerto l’alternativa americana (si approssimano nuove guerre africane?).

La santa alleanza anti-cinese è destinata a fallire

Friedman riferisce che alcuni circoli internazionali reputano che “la concorrenza tra la Cina in ascesa e gli Stati Uniti dominanti definirà il 21° secolo…”.

E però rileva come, in un recente rapporto sulla politica degli Stati Uniti nei confronti della Cina, “il Center for a New American Security ha osservato che mentre i partner degli Stati Uniti non auspicano un nuovo sistema internazionale guidato da una Cina autoritaria, allo stesso tempo reputano che essa rappresenti, in diversa misura, sia un’opportunità economica sia una realtà geografica [riferimento a un nuovo, irriducibile, ruolo geopolitico di Pechino, ndr.]. Di conseguenza, i tentativi di costruire un’alleanza esplicitamente anti-cinese falliranno”.

Fin qui l’analisi di Friedman, che mette in evidenza la differenza di vedute tra trumpisti e Trump, come anche la simpatia con cui il presidente Usa guarda certi avvenimenti internazionali bollati come anti-americani, che in realtà vanno a conflìggere solo con gli interessi e le prospettive di taluni ambiti statunitensi ideologizzati, che si ascrivono illegittimamente il ruolo di tedofori degli Stati Uniti.

Si tratta di ambiti Usa bipartisan, come denota la durissima presa di posizione contro Huawei della presidente della Camera, la democratica Nancy Pelosi (The Hill).

Primato “sul mondo” o “nel mondo”

Così la guerra che consuma il mondo sta anche consumando il cuore dell’Impero, dove si affrontano tre diverse prospettive: quella neocon-liberal, o delle guerre infinite (Hillary Clinton e John Bolton sono interscambiabili); quella dei trumpisti alla Bannon, fautori di un disimpegno dalle guerre infinite per concentrare le forze Usa nel confronto esistenziale con Pechino; infine, quella isolazionista propria di Trump e dei suoi variegati sostenitori.

Quest’ultima prospettiva, va aggiunto, non nasce da una declinazione benevola della potenza americana (sarebbe ingenuo pensarlo), ma da un approccio realistico e non più ideologico al mondo.

Per Trump, e i sostenitori della sua linea politica, l’antagonismo irriducibile ai nemici “percepiti” da neocon-liberal e trumpisti non è più sopportabile dalla potenza Usa, perché questa lotta continua ne sta erodendo sempre più le energie e la allontana sempre più dal mondo, la cui realtà multipolare appare irriducibile alle loro pretese di egemonia globale.

E se il mondo multipolare è ormai destino manifesto, l’isolazionismo appare a Trump come l’unica via per rilanciare la primazia Usa non più “sul mondo”, ma “nel mondo”.

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