14 febbraio 2020

Israele, l'annessione della Cisgiordania e le elezioni

Il Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani ha identificato 120 imprese che hanno lavorato con le colonie israeliane costruite nei territori occupati della Cisgiordania. Un’iniziativa che ha suscitato reazioni indignate in Israele.

La querelle su tali aziende è antica e ha dato vita al movimento internazionale Bds, Boycott, Divestment and Sanctions, da tempo impegnato in un vero e proprio braccio di ferro con lo Stato israeliano.

Condanna unanime in Israele

Il passo delle Nazioni Unite è nuovo, mai prima d’ora era stato pubblicato un report così accurato, da qui le reazioni.

Noa Landau, su Haaretz, annota come “tutto l’establishement israeliano si è schierato in modo inequivocabile con gli insediamenti”, rigettando l’iniziativa.

Dal Likud, il partito di Netanyahu, sono piovute sull’Onu accuse di antisemitismo. Reazione analoga anche da parte degli esponenti dell’opposizione centrista, quel Khaol Lavan che contende al Likud la guida della nazione.

Mentre “il premio” per la reazione più accesa, secondo la Landau, va al presidente di Israele, pure noto per la sua apertura ai palestinesi. Reuven Rivlin ha infatti dichiarato che si tratta di “un’iniziativa vergognosa che ricorda i periodi bui della nostra storia”, leggi Olocausto.

Gli stessi esponenti politici della sinistra, pur fautori della soluzione dei due Stati, si sono uniti alla condanna. Per la Landau il “certificato ufficiale della morte della sinistra sionista di fronte all’annessione [della Cisgiordania ndr], di fatto è già avvenuta”.

L’annessione della Cisgiordania è già realtà

Per la Landau, la condanna non è tanto dovuta a un’asserita costrizione usata contro lo Stato israeliano, ma “è inequivocabilmente [volta a] proteggere gli insediamenti dai boicottaggi. Lo Stato non è interessato alla distinzione tra il diritto di Israele a esistere come Paese e la disputa sugli insediamenti; piuttosto, cerca di sfocare i confini”.

In Israele, prosegue la Landau, “gli organi statali ufficiali usano BDS e antisemitismo come sinonimi nella loro campagna per proteggere le aziende degli insediamenti”.

Quindi, la Landau ricorda l’acceso dibattito sul piano di pace annunciato da Trump, il cosiddetto Accordo del secolo, che annette a Israele i territori della Cisgiordania sui quali insistono gli insediamenti, che ha visto favorevoli e contrari, e  tra i primi una distinzione tra i fautori di un’annessione unilaterale e i sostenitori di un’annessione concordata con i palestinesi.

Per la Landau, la reazione unanime all’iniziativa dell’Onu dimostra che tale dibattito è sterile, un “mero simbolismo. L’annessione di fatto è già avvenuta e continua ad avvenire ogni giorno; è solo l’annessione de jure che viene ancora dibattuta”.

E conclude: “Israele tratta gli insediamenti come una parte inseparabile del Paese già da molto tempo. L’annessione de jure non cambierà nulla di importante che non sta già avvenendo sul piano reale. Israele ha già annesso tutto da solo e non ha bisogno del presidente degli Stati Uniti Donald Trump […]. Il riconoscimento ufficiale è solo la ciliegina sulla torta”.

Analisi che ha certa logica, ma che ovviamente troverà distinguo in ambito israeliano. Di certo, a spiegare l’unanimità della reazione è anche l’imminenza delle elezioni: nessun partito può permettersi di mostrarsi debole nella difesa degli interessi del Paese.

Le imminenti elezioni

Già, le elezioni del 2 marzo, che si prospettano ancora una volta incerte. Netanyahu non sembra sia riuscito a smuovere l’elettorato nonostante le sue mosse a effetto, su tutte il piano di pace di Trump e la liberazione di un’israeliana arrestata in Russia per traffico di stupefacenti (hashish), una vicenda che ha tenuto in ansia Israele e finita con la grazia accordata da Putin, con Netanyahu pronto a rivendicare l’ennesimo successo internazionale.

Eppure, nonostante tutto, i sondaggi restano fermi ai numeri delle due ultime elezioni, che hanno visto una sostanziale parità tra centro-destra e centro-sinistra. Per rompere la parità, il premier sembra intenzionato a spostare dei voti verso Otzma Yehudit, un partito di estrema destra legato al movimento kahanista, identificato come terrorista in Israele.

A dar notizia di tale sviluppo gli stessi esponenti di Otzma Yehudit, che in tal modo sperano di superare la soglia di sbarramento finora mancata. Grazie a loro, secondo il calcolo di Netanyahu, il centro-destra otterrebbe l’agognata maggioranza.

La mossa ha creato scompiglio in Israele. A sorpresa, Netanyahu ha dovuto subire anche le critiche dei suoi alleati dell’ultra-destra, tra cui quelle di Naftali Bennet, che ha dichiarato che i kahanisti di Otzma Yehudit “non sono adatti per far parte della Knesset” (Timesofisrael).

Detto questo, nonostante le critiche, è possible un sostegno sottotraccia. Vedremo, nel frattempo si registra un’altra mossa a sorpresa, invero inaspettata: il partito di Avigdor Liberman, che seppur da destra è fautore di una laicizzazione dello Stato, ha aperto a un’alleanza con i partiti arabi.

Tanti i rivolgimenti della politica israeliana, preda degli spasmi causati da una lotta che ha il suo punto nodale sulla sopravvivenza politica o meno di Netanyahu.

Può apparire una banale antropologizzazione della lotta politica. Ma il nodo è se il destino di Israele sia da identificarsi con quello di Netanyahu o se può prendere altre vie. Contesa a sfondo messianico.

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