13 febbraio 2020

Dopo Trump, l'establishement cerca di affondare Sanders

sandersBernie Sanders vince le primarie del partito democratico nel New Hampshire. Voto importante per capire cosa sta accadendo nel cuore dell’Impero.

L’America sta vivendo il momentum post impeachement: Trump ha vinto la partita e ora è un treno in corsa. I suoi avversari, di destra e di sinistra, hanno perso l’arma sulla quale avevano puntato fin dal giorno della sua elezione, cioè aprire uno scandalo tale da spodestarlo.

A vuoto il Russiagate, a vuoto l’impeachement, tale armamentario è andato in soffitta, almeno per ora. L’America non ama i perdenti ed esalta i vincenti: perseverare sarebbe un suicidio.

A corto di munizioni, sono ormai proiettati sulle prossime presidenziali, nel tentativo di farlo fuori per via elettorale.

Fermare Sanders

Ma c’è un problema. Finora sulle vicende essenziali, Russiagate e impeachement appunto, a dettare la linea del partito democratico è stata l’élite, i liberal – come dimostra l’attivismo della rediviva Hillary Clinton -, giocando di sponda con i neocon repubblicani guidati da John Bolton.

Su tali questioni l’ala radicale dei democratici che fa riferimento a Sanders non ha toccato palla. Certo, gli è stato concesso diritto di tribuna, ché le loro feroci critiche a Trump su scelte di politica estera e interna, pur non condivise dall’establishement del partito, portavano consensi alla crociata contro il presidente. Ma nulla più.

Ora che occorre trovare lo sfidante di Trump le cose sono diverse. E Sanders è diventato un problema: la sua popolarità nel Paese rischia di guadagnargli la nomination. E così non deve essere.

Adducono ragioni politiche alte, cioè che Sanders non ha alcuna chanche di vittoria. Un socialista non può diventare presidente degli Stati Uniti.

E ciò, nonostante che proprio l’elezione di Trump abbia insegnato che l’impossibile può accadere. Peraltro Sanders vanta un patrimonio di elettori e di esperienza politica che Trump non aveva al momento della sua discesa in campo.

Il problema per l’establishement è un altro: se le presidenziali del 2020 vedranno una sfida Trump-Sanders, perderà in ogni caso.

Così le primarie democratiche assumono un valore parossistico per le élite Usa, democratici o repubblicani che siano. È questione esistenziale, e Sanders va fermato a ogni costo.

Biden, l’ammaina bandiera

Non solo lui. Anche Joe Biden, che tali ambiti hanno sostenuto finora come candidato di bandiera, va sostituito.

La sua insistenza sulla necessità di ricomporre la frattura con l’Iran, ripristinando l’accordo sul nucleare iraniano da lui favorito come vice di Obama, contrasta nettamente con i desiderata dei liberal e dei neocon, che hanno costretto Trump a stracciarlo.

Si tornerebbe cioè a Obama, il presidente che tali ambiti hanno odiato come e prima di Trump (ma lui si piegò di più, proprio per portare a casa quel trattato, vedi Piccolenote).

Da qui la lenta manovra ad ammainare la bandiera Biden, iniziata con l’impeachement, che non per nulla vedeva come focus uno scandalo riguardante il figlio di Biden.

Con quello scandalo le élite avevano preso i classici due piccioni con una fava: aprire le porte alla defenestrazione di Trump e indebolire Biden, già opaco di suo (vedi Piccolenote).

Abbandonato dall’establishement, la sua candidatura sta svaporando, almeno a stare ai pessimi piazzamenti in Iowa e New Hampshire, dove non è neanche arrivato secondo.

Al suo posto, le élite hanno scelto Buttigieg, consegnando a questi la palma di sfidante di Sanders. E con Buttigieg, l’ignota Amy Klobuchar, anche lei scelta da tali ambiti, giunta terza alle primarie del New Hampshire.

Compito di quest’ultima è giocare di sponda con Buttigieg, nel tentativo di drenare voti da Sanders e spostarli poi a questi; o viceversa dovrà fare Buttigieg nel caso il suo astro andasse calando alle prossime votazioni.

Michael Bloomberg

L’oligarca Bloomberg

Ma la mission dei due, forse la principale, è quella di vanificare le primarie dei democratici, farne un terreno di scontro dall’esito incerto, dal quale non emerga un vero vincitore.

Nell’incertezza, la palla tornerebbe all’establishement del partito, legittimato così a trovare un candidato altro dagli attuali contendenti, cioè l’oligarca Michael Bloomberg (così l’ha definito Nina Turner, aiutante di Sanders), come da articolo del New York Times.

Tali i progetti, i piani, le macchinazioni. Che prevedono anche un certo smottamento di voti dai repubblicani ai democratici (alcuni di questi hanno già dato il loro endorsement a Buttigieg, vedi The Hill).

Fermare Sanders, dunque, è imperativo categorico. Peraltro, il vecchio Bernie è sfortunato. In Iowa i sondaggi gli assegnavano un ampio vantaggio e ha perso per un’incollatura.

Un’elezione strana (Piccolenote), che ha visto il responsabile locale della macchina elettorale del partito dimettersi, un po’ come accadde alla presidente del comitato elettorale dei democratici nelle presidenziali del 2016, costretta alle dimissioni dopo esser stata scoperta a favorire la nomination della Clinton.

Anche in New Hampshire aveva un vantaggio di 8 punti sul secondo (The Hill), ma ha vinto con scarso margine. Vento di contrasto forte, per il vecchio Bernie.

Nota a margine. La candidatura dell’ebreo Sanders  vede avversi anche alcuni ambiti ebraici, vedi Haaretz, articolo dal titolo “L’Aipac deve fermare Sanders – a tutti i costi” (l’Aipac è il più importante istituto ebraico americano a sostegno di Israele).

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