7 febbraio 2020

L'Accordo del secolo suscita controversie anche in Israele

L’annuncio dell’Accordo del secolo di Trump, e soprattutto di Netanyahu, invece dell’auspicata pace, ha portato guerra, come prevedibile. L’annunciata annessione di parte della Cisgiordania a Israele ha provocato reazioni tra i palestinesi e, dopo varie manifestazioni e scontri, è iniziato il conto di morti e feriti, da una parte e dall’altra, ad oggi tre i morti palestinesi e quindici i soldati israeliani feriti.

L’allarme del generale

In tale temperie, la denuncia dell’ex generale Yair Golan che ora presta la sua esperienza al partito laburista, il quale ha affermato che le attuali tensioni sono nate dalle “dichiarazioni irresponsabili sull’annessione” dei territori palestinesi (il 30% della Cisgiordania).

Così Golan: “Che logica c’è nel rendere pubblico un piano che tutti sanno quanto sia irrealistico […] e provocare così inutili tensioni sul terreno, innescando violenza con irresponsabili dichiarazioni su un’annessione che nessuno può effettivamente realizzare e né intende farlo, compreso il nostro primo ministro, e tutto ciò finisce con i soldati dell’IDF [Israel Defence Force ndr] che giacciono feriti in ospedale?” (Timesofisrael).

Per Golan non c’è alternativa a un negoziato con i palestinesi, che pure nella sua vita ha combattuto quando necessario. Parole che, ovviamente, hanno suscitato reazioni nella destra israeliana, che invece incolpa i palestinesi per gli attuali disordini.

L’Accordo del Secolo e le elezioni israeliane

Il piano di pace è dunque motivo di accesa controversia, né poteva essere diversamente, anche in Israele, come già in Palestina e tanto mondo arabo che lo rifiuta.

Nello spiegare le varie reazioni del composito ambito ebraico, Amir Tibon, su Haaretz, spiega che al di là del suo esito futuro, il piano ha già avuto un effetto positivo per Netanyahu, dato che ha deviato l’attenzione degli israeliani dalle sue disgrazie giudiziarie per focalizzarla sulle questioni inerenti la sicurezza e della diplomazia. Un ausilio non da poco in vista delle elezioni del 2 marzo.

Ma potrebbe non bastare per vincere le elezioni. Secondo Tibon, infatti, se Netanyahu sperava in una valanga di voti dagli insediamenti, rischia di rimanere deluso. L’accordo non la sta provocando e destra e centro-sinistra sono ancora appaiate, come alle scorse elezioni.

A Netanyahu resta ancora la carta di una qualche annessione simbolica prima delle elezioni, che spera possa cambiare la situazione. Ma sul punto c’è lo stop degli Stati Uniti, che chiedono di non procedere prima delle elezioni. Un niet difficile da superare.

Il rifiuto di uno Stato palestinese

Detto questo, anche l’idea dell’annessione, decisamente rifiutata sia in Israele che in America dagli ambiti ebraici progressisti, resta in sé controversa. Se l’annuncio è stato salutato dalla destra americana e israeliana con un giubilo “quasi messianico”, scrive Tibon, è vero anche che la destra israeliana rifiuta recisamente le concessioni, benché minime, che l’Accordo ascrive ai palestinesi, cioè quella sorta di “Stato” frammentato che Amos Arel ha paragonato al “bantustan” creato nel Sudafrica dell’apartheid (Haaretz).

Lo ha detto chiaramente, dando voce a tale ambito, l’ex ministro della Giustizia Ayelet Shaked, in una dichiarazione perentoria: “Non sosterremo mai un piano che include uno Stato palestinese”.

Da qui un’accettazione ambigua dell’Accordo. Scrive Tibon: “Secondo la destra israeliana, il piano di Trump si divide sostanzialmente due fasi: nella prima e immediata fase, Israele annette tutti gli insediamenti della Cisgiordania; nella seconda fase, ai palestinesi viene offerta una finzione di “Stato”, che sicuramente respingeranno. Israele riesce a mantenere l’intera Cisgiordania – e questa è la fine della storia”.

Sì all’accordo, ma negoziato

Più articolata la posizione di Khaol Lavan, il partito centrista che per bocca del suo leader Benny Gantz ha accolto il piano americano. La sua posizione, scrive Tibon,  “è simile a quella di diverse organizzazioni ebraiche americane tradizionali, che hanno accolto con favore il piano di Trump e ne hanno trovato elementi lodevoli, ma non sostengono l’annessione unilaterale israeliana degli insediamenti”.

“Organizzazioni come la Anti-Defamation League, il Comitato ebraico americano e la Conferenza dei presidenti delle principali organizzazioni ebraiche americane hanno rilasciato dichiarazioni in varia misura positive del piano Trump, ma non hanno espresso sostegno all’annessione immediata”.

Insomma, non è solo l’ambito ebraico di sinistra a rigettare il piano; di fatto è rigettato anche dalla destra israeliana, che lo ha accolto solo in via strumentale e nella prospettiva di un’annessione di tutta la Cisgiordania.

Invece gli ambiti ebraici che lo guardano con favore lo intendono per lo più come base di un negoziato con i palestinesi; opzione che sarebbe almeno astrattamente percorribile se a questi fossero concesse garanzie oggi assenti.

Conclude Tibon: “Ma Netanyahu ha promesso ai suoi sostenitori l’annessione immediata e non ha tempo per nessun tipo di processo. Alle elezioni manca meno di un mese e recenti sondaggi mostrano che è lontano dal suo obiettivo: una maggioranza di destra che gli consentirebbe di ritardare, congelare o annullare il procedimento giudiziario che lo riguarda”.

“Nelle ultime settimane di campagna elettorale aumenterà le pressioni sulla Casa Bianca per ottenere il consenso a procedere all’annessione della Cisgiordania, non importa quanto possa essere negativa la reazione della Giordania, dei palestinesi e del più ampio mondo arabo e islamico”. Quadro allarmante. Vedremo.

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