6 febbraio 2020

Trump assolto e Sanders un po' meno «fregato»

Il Senato assolve Trump, come da destino manifesto. Il presidente incassa una vittoria ancora più decisiva di quella del Russiagate, dato che lo proietta alle presidenziali di novembre sotto una luce nuova.

Dopo lo scacco subito col Russiagate, quando lo si voleva impicciare in una frode elettorale in danno degli americani alle presidenziali del 2016 (consumata in combutta con Putin), i suoi antagonisti avevano sperato di poterlo abbattere con uno scandalo con focus in Ucraina (che con la Russia confina, a dimostrazione di una scarsa fantasia geografica).

Stavolta avevano scelto uno strumento più hard: non un’inchiesta giudiziaria, ma un procedimento di impeachement.

L’assoluzione

E gli è andata male. Non tanto perché l’accusa era astrusa e strumentale – come spiegato in altra nota -, dato che la realtà non conta nulla in certe lotte politiche, quanto perché hanno fatto male i conti.

Speravano, infatti, che la pressione mediatica potesse spaventare e piegare il partito repubblicano ai propri desiderata. Non è andata così. Nonostante la pressione si sia sentita, eccome, grazie al fuoco di fila dei principali media, il partito è rimasto con Trump.

E ieri, ha ribaltato l’esito del voto alla Camera, dove un procedimento del tutto di parte aveva condannato il presidente. Tanto di parte che i democratici si sono presto accorti che gli elementi in base ai quali avevano sanzionato il presidente non erano sufficienti neanche a instillare il germe del dubbio nei senatori repubblicani, che invece di fronte ad accuse incontrovertibili avrebbero potuto vacillare.

Da qui la pressione per inserire nuovi testimoni e nuovi documenti, che al procedimento della Camera erano stati ritenuti inutili se non dannosi, dato che avrebbero solo dilazionato i tempi di una condanna già scritta ab initio.

Pressione ossessiva quanto vana, dato che i quattro senatori repubblicani sui quali contavano per far entrare nuovi elementi al Senato (richiesta sulla quale occorreva trovare una maggioranza in aula) hanno deluso le loro aspettative.

Così Trump ha vinto, anzi stravinto, dato che anche l’altro obiettivo sul quale contavano i suoi antagonisti, cioè quello di metterlo in cattiva luce di fronte all’elettorato americano per mandarlo alle elezioni con il marchio d’infamia, non è stato raggiunto: i sondaggi arridono a Trump più di prima.

L’errore dei nemici di Trump

Tanti gli errori commessi dai suoi antagonisti, ma uno su tutti: l’aver condotto contro Trump non una battaglia politica, ma una lotta esistenziale. Non si trattava di dimostrare errori, veri o asseriti, del presidente, quanto di eliminare dalla stanza dei bottoni l’usurpatore, la cui colpa imperdonabile è quella di aver vinto contro di loro e di avere idee, giuste o sbagliate che siano, proprie e non loro.

Ciò non ha fatto altro che rafforzare negli elettori di Trump l’idea che loro scelta del 2016 fosse quella giusta, dato che lo hanno votato proprio perché anti-establishement.

Ed è stata proprio la compattezza dell’elettorato repubblicano a far sì che i senatori del partito restassero fedeli al presidente, consapevoli che un voto contrario sarebbe stato percepito come un tradimento non solo di Trump, ma anche delle speranze dei suoi elettori.

Così sbagliano tanti analisti a circoscrivere la scelta dei repubblicani a un atto di fedeltà al loro presidente. In realtà è stato anzitutto un atto di rispetto verso i propri elettori, che altrimenti non li avrebbero rieletti.

Così il voto di assoluzione è stata una scelta di politici per la politica. In un’epoca in cui le élite non elette che governano il pianeta, grazie ai loro media e ai loro centri di propaganda più occulti, hanno fatto trionfare l’idea che la politica sia la sentina del mondo (loro che nelle sentine sguazzano molto più dei politici), si può annoverare quanto accaduto ieri come un’altra vittoria della politica sull’establishement, così come accadde nel 2016.

Esplicativo in tal senso l’editoriale del Washington Post (il giornale di Jeff Bezos, patron di Amazon, considerato l’uomo il più ricco del mondo), media conservatore che aveva esplicitamente sostenuto l’impeachement. Nel dar conto dell’assoluzione di Trump chiede che il Congresso si pronunci per “censurare” comunque il presidente… non si arrendono mai.

Sanders in rimonta, ma…

Sempre a proposito del senso di tali élite per la democrazia, di cui si ergono a paladine, va registrato quanto si sta consumando in Iowa nell’estenuante conteggio dei voti per le primarie dei democratici.

Dopo che i primi conteggi avevano dato in sorprendente vantaggio il pupillo delle élite, Pete Buttigieg, sul vecchio Bernie Sanders, candidato anti-establishement, alcuni media hanno dato conto dei legami tra la Shadow Inc., l’azienda di servizi digitali che ha gestito il voto, e Hillary Clinton (Piccolenote).

Il rischio scandalo forse ha sortito effetto, forse no. Fatto sta che il prosieguo dello spoglio (ancora in corso) vede Sanders avvicinarsi a Buttegieg: da quasi due punti percentuali è arrivato a meno 0.1%.

Una rimonta in vista? Sanders ha un precedente infausto in Iowa. Anche nelle primarie del 2016 il voto in tale Stato fu controverso, tanto che Bernie se ne lamentò.

La Clinton vinse di un soffio, assicurandosi anche i sei caucus in cui era finita in parità col rivale grazie al lancio finale della monetina (funziona così), che per “sei volte sei” le aveva dato la vittoria. Magia dell’Iowa (Piccolenote).

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