28 gennaio 2020

Benny Gantz e Netanyahu, il duello del Secolo

Dopo aver incontrato Netanyahu, Trump incontra anche il leader dell’opposizione centrista Benny Gantz. È la prima volta che Gantz incontra il presidente americano, in quella che appare una sorta di visita di Stato, nonostante egli guidi l’opposizione centrista all’attuale governo.

Un’immagine a suo modo icastica, dato che da più di un decennio il mondo si è abituato a sovrapporre Netanayhu a Israele, come un qualcosa di inscindibile sul piano internazionale.

L’incontro è avvenuto alla vigilia della pubblicizzazione del cosiddetto “Accordo del Secolo”, un piano che nelle intenzioni dell’amministrazione Usa e di Netanyahu dovrebbe chiudere l’interminabile conflitto israelo-palestinese, anche se è davvero difficile crederci date le avversità che ha suscitato prima ancora di essere reso pubblico.

I dubbi dei coloni e le avversità dei palestinesi

Tra le tante perplessità, anche quelle dei leader dei coloni israeliani, i quali dovrebbero essere i maggiori beneficiari del piano. Netanyahu li ha portati con sé in questo viaggio americano che dovrebbe segnare l’attesa svolta.

A loro, in un briefing riservato, il premier israeliano ha illustrato i contorni dell’Accordo, suscitando più di una critica. David Elhayani, presidente del Consiglio regionale della Valle del Giordano, ha spiegato a Timesofisrael che il premier ha cercato di rassicurarli sul fatto che l’Accordo non prevede la nascita di un vero e proprio Stato palestinese.

Sarebbe in realtà qualcosa di indefinito, una “entità […] smilitarizzata, non avrebbe alcun controllo sui suoi confini e sarebbe in gran parte non-contigua” a Israele. Su Timesofisrael la domanda ineludibile di Elhayani: “Chi siamo noi per dire a un’entità sovrana di non avere un esercito o di non avere un aeroporto?”.

Perplessità che si aggiungono a quelle dei palestinesi, che stanno chiedendo al mondo di rigettare un Accordo sul quale non è stato concesso loro neanche di interloquire.

La svolta obbligata di Gantz

Ma al di là delle controversie, sul punto va segnalata la novità data dalla disponibilità di Gantz a farlo suo ed eventualmente realizzarlo in caso di vittoria alle prossime elezioni.

Avevamo accennato in altra nota l’obbligata svolta a destra del leader centrista. Se ne torniamo a scrivere è per segnalare che non si tratta di qualcosa a uso e consumo elettorale, ma di una nuova prospettiva politica.

Gantz ha preso atto che Israele è cambiata e che riproporre le prospettive proprie, pur se molto appannate, di Yitzhak Rabin, implicite nel suo messaggio iniziale, cioè l’apertura a una convivenza con i palestinesi tout court, oggi è semplicemente impossibile.

Da qui l’idea di una svolta che prenda in seria considerazione gli interessi dei coloni, ma stemperandone le asperità e certe derive estreme che Netanyahu ha vellicato e sulle quali ha fatto affidamento per anni per prolungare il suo regno.

La svolta di Mosca

Qualcosa di nuovo sta avvenendo, se anche il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha chiesto agli Stati Uniti di rendere partecipi della realizzazione dell’Accordo del secolo gli altri membri del Quartetto, cui da tempo è stato affidato l’incarico di cercare qualche soluzione all’enigma mediorientale (cioè affiancare agli Stati Uniti le Nazioni Unite, l’Unione europea e la Russia).

Una sorta di svolta, dato che finora Mosca si era limitata a criticare l’Accordo del secolo e a sostenere le riserve dei palestinesi.

Certo, il Quartetto evocato da Lavrov finora ha avuto un impatto pressoché nullo sulla questione israelo-palestinese, ma oggi che Netanyahu e Trump hanno tutto l’interesse a mettere in pratica il “loro” piano (in realtà di Netanyahu), potrebbero essere interessati a trovare partner in grado di rapportarsi con i palestinesi e con quel mondo arabo con i quali loro non hanno alcuna possibilità di interloquire.

Un Accordo nato male, se non peggio, potrebbe così diventare la base di qualcosa di altro, che magari, col tempo, tanto tempo, e con la fatica del caso, potrebbe produrre qualche risultato. Sperare non costa nulla…

Ma al di là delle suggestioni, resta quel primo incontro da Capo di Stato di Benny Gantz. Certo, è stato Netanyahu a suggerire alla Casa Bianca di invitare  Gantz (Piccolenote), con l’intento di cooptare Khaol Lavan nel suo inner circle.

Ma l’effetto ottenuto è stato tutt’altro. Ha dato cioè al suo avversario una statura internazionale, quella che finora Netanyahu ha totalmente avocato a sé.

Netanyahu ritira la richiesta di immunità

Non è possibile sapere se si sia pentito del suggerimento, di certo si è pentito di aver chiesto l’immunità al Parlamento israeliano, richiesta che oggi ha ritirato.

Mossa a sorpresa, quest’ultima, volta ad anticipare il rigetto dell’istanza da parte della Knesset, che oggi doveva decidere in proposito. E che apre la strada all’inizio del processo che lo vede incriminato.

Di per sé, non ci sarebbe da pentirsi di nulla. Ci ha provato, gli è andata male, punto. Ma a livello di immagine resta il vulnus.

Anzitutto, prima di chiedere l’immunità si era mostrato talmente sicuro della sua posizione da rigettare con sdegno l’ipotesi di chiedere uno scudo protettivo.

Ora non può più farlo. In secondo luogo, avanzando la richiesta era certo di portare a casa il risultato, dato che la richiesta stessa aveva l’effetto di sospendere l’attività giudiziaria.

Sperava in una sospensione fino alle urne, non è andata così. Ha perso una battaglia politica. Non gli capita spesso. Segno che la sua presa sulla Politica israeliana non è più quella di un tempo.

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