27 gennaio 2020

L'accordo del secolo, Netanyahu e l'impeachement di Trump

L'accordo del secolo. Nella foto, Netanyahu e TrumpTrump sta per rendere pubblico il cosiddetto “Accordo del Secolo”, immaginato per chiudere l’annosa controversia israelo-palestinese.

Tale Accordo ha suscitato accese controversie sia nel mondo che in Israele, dato che da quanto rivelato non fa altro che sancire l’annessione di gran parte delle terre dei palestinesi a Israele, relegando i primi in un’area autonoma priva di attributi statali.

Una regione autonoma che di autonomo avrebbe ben poco e il cui compito principale sarà quello di vigilare affinché i suoi residenti non turbino la quiete del vicino, dovrebbe cioè formare dei validi secondini che vigilino sull’area, così da alleviare tale compito allo Stato israeliano.

Questa la sintesi estrema che ne fanno i palestinesi, i quali ovviamente rifiutano in blocco un’intesa sulla quale non sono stati neanche interpellati.

Tutto ciò più che risolvere, sembra destinato ad alimentare l’incendio mediorientale. Ma questo è il futuro, sospeso all’applicazione di un’intesa che forse non avverrà mai. Al presente l’Accordo dl secolo sembra abbia altri fini, legati all’approssimarsi delle elezioni israeliane e americane.

L’accordo del secolo e l’impeachement

Per capire la tempistica della pubblicizzazione dell’Accordo del secolo, occorre aprire una parentesi. Trump è stretto dall’impeachement, che, dopo il voto alla Camera, dove è stato riconosciuto colpevole, è passato al vaglio del Senato.

In questi giorni si dibatte un passaggio fondamentale della procedura che avrà luogo al Senato: se Trump deve essere giudicato sulla base di quanto emerso alla Camera oppure se ammettere altri testimoni.

Trump chiede la prima opzione. E con qualche ragione: i democratici hanno asserito che le prove presentate durante il procedimento della Camera erano schiaccianti, tanto da votare per la rimozione del presidente.

Se tali prove erano così evidenti non si comprende perché cercarne di nuove. Il Senato dovrebbe appunto verificarne l’effettivo fondamento o, al contrario,  accertarne l’infondatezza (strumentale a condannare Trump in un procedimento il cui verdetto era già scritto in partenza).

Obiezione che si scontra con un forcing per far entrare nel procedimento altri elementi. Una pressione che rafforza l’impressione dell’inanità delle prove emerse finora.

E che che gli avversari del presidente vogliano allungare i tempi del dibattito e del conseguente bombardamento mediatico contro Trump, così da farlo presentare alle elezioni senza aver ottenuto il verdetto assolutorio del Senato.

Insomma giorni decisivi, come dimostra anche l’anticipazione del libro di John Bolton, scritto in tutta fretta per l’occasione, che confermerebbe alcune delle accuse mosse al presidente. L’ex Consigliere alla Sicurezza nazionale vuole a tutti i costi testimoniare e il libro serve a far pressione in tal senso.

Il fatto che egli odi Trump, che lo ha allontanato dalla sua amministrazione, dovrebbe portare a considerare le sue accuse con la cautela del caso, ma non è così. L’esponente neocon noto per aver fatto della manipolazione un arte succedanea a quella bellica (Vanity Fair), è diventato un vate agli occhi dei media e dei democratici Usa.

Date le difficoltà in cui si dibatte, Trump è costretto a cercare sponde e a smussare asperità. E se negli ultimi mesi aveva preso le distanze da Netanyahu (vedi Piccolenote), adesso è diverso.

E ciò anche per il feeling che lega Netanyahu ai neocon. Spera che cedendo a Netanyahu può attutirne l’ostilità o quantomeno evitargli guai peggiori.

L’accordo del secolo e Netanyahu

Se per Trump la pubblicizzazione dell’Accordo del secolo è dunque atto dovuto, per Netanyahu, secondo i media israeliani, è l’ennesimo dono pre-elettorale, che egli vuole ostentare all’elettorato in vista del voto del 2 marzo.

Forse non gli basterà per vincere, ma un successo non guasta mai. Ma al di là, sul punto c’è da segnalare uno sviluppo significativo: alla presentazione dell’accordo non ci sarà solo Netanyahu, ma anche il suo rivale Benny Gantz, leader di Khaol Lavan.

L’invito a Gantz è pervenuto dalla Casa Bianca, che però ha fatto sapere che si è mossa su suggerimento di Netanyahu, come quest’ultimo si è affrettato a confermare.

Insomma una concessione per grazia ricevuta, come scrive Haaretz, che non è piaciuta agli esponenti politici di Khaol Lavan.

Per Haaretz l’apertura intende porre le premesse di un futuro governo di unità nazionale tra il partito del premier, il Likud, e quello di Gantz, dato che Netanyahu “sa che non otterrà i 61 seggi necessari per formare una coalizione di destra”.

Ma, a quanto pare, Khaol Lavan resta ostile a tale ipotesi, così la Casa Bianca è dovuta correre ai ripari: Trump “incontrerà i due leader separatamente”, evitando così, secondo Haaretz, che il cosiddetto Accordo del secolo diventi appannaggio del solo Netanyahu. Forse.

Così la mossa di Trump potrebbe non servire a lui, dato che i neocon difficilmente demorderanno, né a Netanyahu, che peraltro domani dovrebbe registrare uno sviluppo di politica interna per lui negativo, cioè l’istituzione di una commissione parlamentare che avrà il mandato di esaminare sulla sua richiesta di immunità (probabile il rifiuto).

Insomma, l’Accordo del secolo potrebbe non consegnare ai suoi promotori i risultati sperati. Ma, inutile per loro, rischia di esser dannoso, e tanto, a tanti (secondo Timesofisrael avrà “conseguenze nefaste”)..

 

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