21 gennaio 2020

Netanyahu, le elezioni israeliane e l'omicidio di Soleimani

NetanyahuNetanyahu perde una battaglia che riteneva decisiva, anzi due, ma il suo forcing, in vista delle elezioni israeliane del 2 marzo continua. Ancora una volta, come accaduto per le due elezioni precedenti – risultate senza esito -, la domanda che si pongono gli israeliani, e non solo loro, è se il premer riuscirà a conservare lo scettro, perpetuando il suo ultra-decennale regno.

Una premessa è d’obbligo e riguarda la cronaca nera, cioè l’omicidio del generale iraniano Qassem Soleimani. Perpetrato dagli Stati Uniti, l’azione americana è suonata in Israele come una vittoria del premier, “un regalo di Capodanno per Netanyahu”, scriveva Haaretz.

Non solo perché l’azione premiava le sue pressioni su Trump affinché agisse contro l’Iran, ma anche perché, secondo Haaretz, l’innalzamento delle tensioni regionali ha oscurato nella pubblica opinione israeliana le accuse di corruzione che lo tormentano, ha reso possibile un eventuale governo di unità nazionale con Khaol Lavan – il partito antagonista del suo Likud – sotto la sua guida e ridurrà l’affluenza degli arabi israeliani alle prossime elezioni (un ridimensionamento del voto degli arabi-israeliani conferirà maggior peso al voto ebraico).

Netanyahu e Bennet

Ma in politica il tempo è variabile non secondaria e vanno segnalati due avvenimenti significativi nel panorama politico israeliano. Anzitutto la creazione di una coalizione di destra guidata da Naftali Bennet che contende al Likud i voti di destra.

L’esponente politico che Netanyahu ha sempre temuto ha replicato la mossa della scorsa campagna elettorale, ma ha voluto dare un accento diverso al suo ingaggio politico, marcando la distanza dal premier.

A evidenziare tale distanza il diniego di ottemperare alla richiesta di Netanyahu di far confluire nella sua lista Otzma Yehudit, accusato di influenze kahaniste, un movimento considerato terrorista in Israele (Timesofisrael).

Con il rifiuto di Bennet, Netanyahu incassa due sconfitte, cioè il palesarsi di un distacco, seppur da verificare, con la nuova coalizione e la corsa in solitaria di Otzma Yehudit, che voleva scongiurare per non disperdere i voti di destra, dato che le elezioni si giocano sul filo del rasoio (si ritirerà in seguito?).

A questo incidente di percorso ne è seguito un altro ben più importante. In altra nota avevamo riferito come Netanyahu avesse chiesto alla Knesset, il Parlamento israeliano, l’immunità per evitare il processo al quale è destinato.

Un’abile mossa politica, dato che la richiesta blocca l’avvio del procedimento finché la Knesset non si sarà pronunciata. Con tale iniziativa Netanyahu sperava di evitare di “andare alla sbarra” in piena campagna elettorale, evitando contraccolpi di immagine.

Nell’attuare il suo proposito, contava sulla fedeltà e sulla capacità di Yuli-Yoel Eldestein, membro del Likud e presidente della Knesset, affinché la sua richiesta rimanesse  in sospeso fino al voto.

Così Eldestein, cui spettava il compito di convocare la Knesset per mettere ai voti l’istituzione di Commissione per decidere sul caso, ha temporeggiato a lungo, resistendo al pressing delle opposizioni.

Ma alla fine ha dovuto cedere e ha convocato i parlamentari, contrariando ovviamente il premier e il Likud. Ora la richiesta potrebbe essere rigettata, come sostengono le opposizioni. E il processo iniziare.

Il nuovo Benny Gantz

Tale battaglia politica suggerisce un ulteriore sviluppo: le opposizioni non sarebbero state tanto determinate se fosse già destino manifesto il governo di unità nazionale Likud-Khaol Lavan a guida Netanyahu pronosticato da tanti.

Tale determinazione sembra piuttosto indicare che l’ex generale Benny Gantz, leader di Khaol Lavan, spera ancora di battere il rivale e di formare un governo senza di lui, come aveva promesso nelle ultime elezioni.

Ma perché ciò accada, sa perfettamente che non basta il processo, occorre altro. Da qui il suo nuovo approccio all’elettorato. Se nelle scorse elezioni si era presentato come un leader centrista determinato a porre un argine al connubio tra religione e politica, ora ha cambiato tutto.

Ha iniziato, infatti, a rivolgersi agli elettori della destra religiosa, e in particolare a quel “ventre molle del Likud – il dieci percento degli elettori israeliani che si considerano di destra ma in realtà non vogliono che Netanyahu rimanga primo ministro” (Haaretz). Arrivando a condividere le richieste dei coloni, tanto da auspicare, cosa mai fatta prima, “l’annessione della Valle del Giordano” a Israele.

Un’operazione volta a strappare a Netanyahu l’esclusività della rappresentanza degli interessi della destra religiosa e dei coloni.

Non si tratta solo di stornare voti dal Likud a Khaol Lavan, che valgono doppio perché sottratti al diretto concorrente, ma anche di creare i presupposti per rompere quel blocco dei partiti destra che nelle passate elezioni è rimasto fedele a Netanyahu, impedendogli di trovare gli alleati necessari per formare un governo.

Sviluppi da seguire, dato che il mago Netanyahu ha ancora assi nella manica. Ma chi aveva immaginato che l’omicidio Soleimani chiudesse la partita elettorale israeliana, deve fare i conti con una realtà un po’ più complessa.

 

 

 

 

 

 

 

 

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